Recensioni

AA.VV., They Will Have To Kill US First O.S.T.

TWHTKUF_soundtrack_cover_BA.A.V.V.
They Will Have To Kill US First O.S.T.
Transgressive Records
***1/2

I crimini e il terrore perpetrati dall’estremismo islamico sono ormai davanti agli occhi di tutti, meno nota alle cronache, ma non meno violenta, è invece la persecuzione a cui è sottoposta la comunità artistica del Mali, costretta alla latitanza e all’esilio per evitare lo sterminio, da quando nel 2012 la legge della sharia ha bandito dal territorio qualsiasi espressione musicale.

La prima a puntare i riflettori sui fatti è la regista Johanna Schwartz con la realizzazione del film/ documentario They Will Have To Kill Us First, presentato al SXSW dello scorso anno come toccante testimonianza della resilienza di questi musicisti, alcuni dei quali assurti perfino a fama internazionale e determinati a non piegarsi ai primitivi divieti di una tirannia. La forza con cui gli artisti maliani impugnano la propria identità, la propria arte e la propria cultura è intuibile fin da un titolo come Prima dovranno ucciderci, ma sono le canzoni che compongono la colonna sonora curata dal chitarrista Nick Zinner della band newyorkese Yeah Yeah Yeahs, a rivendicare a gran voce la libertà d’espressione di un popolo e ad amplificare l’eco della pellicola.

Zinner ha messo insieme uno score composto da ben 32 tracce, che costituisce probabilmente la più efficace panoramica sulla musica del Mali mai realizzata, raccogliendo nomi noti come Ali Farka Touré, Toumani Diabate, Bombino e Songhoy Blues e oscure realtà locali, senza pregiudizi di genere o stile. Come la contaminazione tra la tradizione popolare africana e lo spirito del rock’n’roll abbia dato vita ad alcuni dei momenti più eccitanti della produzione discografica degli ultimi anni, lo si intuisce ascoltando Talkin’ Timbuktu di Ry Cooder, i lavori di Bombino prodotti da Dan Auerbach e Dave Longstreth, i progetti di Damon Albarn dei Blur o quelli dei Dirtmusic di Chris Eckman: They Will Have To Kill Us First segue le stesse intenzioni, esplorando suoni e realtà nel segno di una moderna world music che in un mondo globale forse non ha più nemmeno senso chiamare così.

Non li si può certo definire il frutto della globalizzazione, ma tra gli artisti rappresentati, i Songhoy Blues sono forse la formazione con la maggiore incidenza occidentale e diventano in qualche modo il gruppo di riferimento del progetto eseguendo una ipnotica ed acustica Bab Hou, una folkeggiante Petit Metier e una dolente Horei, duettando con Zinner in Bamako Ballade/ Solent e lanciandosi in tribali remix come Jolie, come una Soubour dalla furia garagista e come una Sekou Oumarou dalle narcotiche frequenze dub. Con gli spaziosi strumentali di Nick Zinner a fare da trait d’union e al di là dei nomi conosciuti sopracitati, qui ci si avvicina ad un universo pressoché ignoto, a partire dal desertico blues maliano di Afel Bocoum con Diadie e di Amar featuring Vieux-Farka Toure con Dounia Tade, passando per i canti berberi di Khaira Arby con Amalgam, fino al tribale folk di Moussa Sidi con Ma Tekinam Ya Kada e all’hip hop francofono di Amkoullel con l’impegnata Du Sang Dans La Sable.

Come aveva intuito Woody Guthrie, a volte una chitarra può diventare un’arma, l’hanno capito anche Nick Zinner e tutti i musicisti di They Will Have To Kill Us First che qui la usano deliberatamente senza fare prigionieri.

QUESTO MESE

Facebook

Partner

Blog