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Alan Vega, Elvis Presley (digital) blues

In ricordo di Alan Vega (1938 – 2016)


Aveva dichiarato di aver subito una prima folgorazione, da bambino, guardando Elvis Presley esibirsi negli studi del programma televisivo di Ed Sullivan, e fino all’ultimo, di quel musicista, ha cercato di emulare mosse e grinta istintiva, dirompente carisma e oscillazione epilettica del corpo, nel tentativo di ritrovare ogni volta il lato selvaggio, anticonvenzionale, per nulla borghese e, al tempo stesso, carico d’innocenza, di quel primo “re” del rock and roll.

Voleva essere anche lui un re, e lo è stato, come Elvis monarca di una nazione bambina, gigantesca e immatura, tenuta in scacco dall’agitarsi di fantasmi e pulsioni innominabili nascoste dietro il conformismo di una rispettabilità di facciata: se Presley aveva conquistato il suo regno muovendo il bacino, facendo inorridire moralisti e benpensanti, nonché costringendo gli operatori della tv a non riprenderlo dalla vita in basso (come se si fosse potuto contenere quanto si agitava non solo nei pantaloni del cantante, ma nelle viscere adolescenti dell’America tutta, con un semplice taglio dell’inquadratura), Alan Vega aveva sottomesso il suo riducendo ogni concerto, ogni esibizione, ogni apparizione pubblica alle condizioni di un campo di battaglia. Rimettendoci, anche: nel 1978, durante un concerto europeo documentato in 21 1/2 Minutes In Berlin / 23 Minutes In Brussels (uscito lo stesso anno su Red Star), uno degli spettatori aveva tentato di strappargli il microfono dalle mani e un altro gli aveva rotto il naso, e pochi mesi dopo, in un tour britannico di supporto ai Clash, un membro del pubblico di Glasgow gli aveva lanciato un’ascia, mentre a Crawley un gruppo di estremisti di destra, riconducibili alle schiere della National Front, aveva invaso il palco per minacciarlo fisicamente. Lo diceva, del resto, lo stesso Vega, un po’ inorgoglito e un po’ infastidito dal rispetto, talvolta l’apprezzamento, con cui le platee di mezzo mondo avevano accolto i suoi (rari) concerti degli ultimi dieci anni: «Odio l’idea di un pubblico che vada a un concerto per essere intrattenuto. Se le persone ballano sulla nostra merda, allora siamo finiti».

Diverso da Elvis – Elvis il proletario – per origine e censo, Boruch Alan Bermowitz era nato nell’estate del 1938 nel sobborgo multietnico di Bensonhurst, a Brooklyn, da padre ebreo e madre cattolica, aveva seguito studi accademici sull’arte e, una volta entrato nella cosiddetta Art Worker’s Coalition (gruppo di artisti, giornalisti, studiosi e critici intenzionati a costringere le gallerie di New York a rivedere le proprie politiche in senso radicale), con i suoi affiliati si era persino barricato nei saloni del Museo d’Arte Moderna.

Strenuo oppositore dell’arte «statica», confezionata ricorrendo a cornici, tele o piedistalli impossibilitati al movimento dinamico, aveva trovato un naturale mezzo d’espressione nelle luci al neon, sovente al centro delle sue più note installazioni, e dopo la seconda folgorazione sonora, occorsa assistendo nell’agosto del ’69 a un cruento spettacolo degli Stooges presso il New York State Pavillion, si era convinto di poter utilizzare la musica come rivoluzionario veicolo di un estremo ribaltamento di percezioni e aspettative di un pubblico secondo lui assuefatto da proposte troppo rassicuranti.

Trovato il corrosivo nome d’arte di Suicide ispirandosi a un fumetto Marvel sulle gesta di un motociclista posseduto da un’entità demoniaca e reclutato l’appassionato di jazz Martin Reverby, meglio noto come Martin Rev e conosciuto in una galleria d’arte della NY downtown, alle tastiere, Vega iniziò a concepire i propri brani come se gli ideali degli anni ’60, il loro profumo utopistico e le controculture nate nel loro scorrere, non fossero mai esistiti. La musica racchiusa nei primi e più importanti due album realizzati dalla coppia come antipasto a una serie di pause discografiche dai tempi indefiniti, il devastante, ossessivo Suicide (1977) e il meno funereo e più melodico Alan Vega • Martin Rev (1980), quest’ultimo prodotto da Ric Ocasek dei Cars per la ZE Records di Michael Zilkha e Michael Esteban, prendevano il rock and roll degli anni ’50 – Gene Vincent, Duane Eddy, Link Wray – per scaraventarlo in una serie di incubi metropolitani trascinati dalla voce salmodiante, cavernosa, apocalittica e ghignante di Vega e dalle primitive drum-machine, spesso doppiate da un altrettanto zoppicante Farfisa, di Rev, in una disumana, minimalista, essenziale e ipnotica rivisitazione delle cadenze di Buddy Holly, immaginata come se l’unico obiettivo possibile, per usare di nuovo le parole di Vega, fosse quello di «sbattere in faccia la strada», con il suo carico di sporcizia, depravazioni, isterismi e patologie, ai malcapitati ascoltatori.

Nel primo e omonimo album, in mezzo al rockabilly sconvolto Johnny, alla singhiozzante tenerezza di Cheree e alla messa funebre in chiave industriale dell’opprimente Che, si stagliava, allucinato e solenne, lo psicodramma della definitiva Frankie Teardrop, sullo sterminio della propria famiglia da parte di un giovane operaio, tra urli raccapriccianti e gemiti di tastiera, boati e amare carezze, la più grande testimonianza dell’alienazione urbana mai messa in musica da chiunque. Pur cercando, nel secondo disco, una strada meno impervia al formato canzone, Vega e Rev tornarono a eseguirvi un disperato affresco di asfalto, pause orripilate, scossoni da giorno del giudizio e commozione infinita per un’umanità ormai del tutto sfigurata nell’indimenticabile Harlem, un attimo prima di decretare il rompete le righe (non lo scioglimento) e passare agli esperimenti elettronici, in genere prescindibili, del Rev solista e al rockabilly espressionista e sintetico della carriera titolare di Vega, iniziata benissimo, con i ruggiti à la Suicide dell’eponimo Alan Vega (1980) e stoppata una prima volta, dopo qualche alto e basso, con i beat grossolani del claudicante Just A Million Dreams (1985).

Negli anni ’90, Vega sarebbe tornato a incidere alcune delle sue cose migliori, per esempio l’allucinato Dujang Prang (1995) o il delizioso, spigoloso esemplare di retrofuturismo intitolato Cubist Blues (1996) e realizzato a sei mani con Alex Chilton e Ben Vaughn (di recente, oltre a una meritata ristampa, ne è uscito anche, su Light In The Attic, un compendio dal vivo, Live In France, registrato a Rennes nel dicembre del ’96), nel decennio successivo avrebbe messo le mani sulla cattedrale rumorista del mostruoso (e gigantesco) Station (2007), in pratica un altro album dei Suicide aggiornato alle paranoie americane del dopo 11 settembre (molto più riuscito del quinto album “ufficiale” del gruppo dopo i deludenti A Way Of Life (1988) e Why Be Blue [1992], ossia il pur discreto American Supreme [2002] trasudante techno, battute hip-hop e ritmi funky) e collaborato con i finlandesi Pan Sonic.

Nonostante un primo infarto, nel 2012, ne avesse compromesso l’autonomia fisica, impedendogli di eseguire dal vivo le proprie composizioni, Vega non aveva comunque smesso di dare un aiuto ai colleghi più e meno giovani, tra i secondi il francese Christophe (nel 2016 di Tangerine), tra i primi i Vacant Lots di un dieci pollici uscito nel 2014. Alla sua musica hanno pagato un tributo, indiretto o meno, richiedendo i suoi servigi oppure dedicandogli un suono, un album o una canzone, Jesus & Mary Chain, Sisters Of Mercy, Spacemen 3, Sonic Youth, R.E.M., Nine Inch Nails, Depeche Mode, Massive Attack, U2, LCD Soundsystem, Gories, Savages, M.I.A., Henry Rollins, Fleshtones, Devo e moltissimi altri.

Nessuno, però, l’ha forse fatto con la costanza, l’amore e l’identità di visione, seppur modulata attraverso schemi linguistici differenti, di Bruce Springsteen, prima con un Nebraska (1982) pesantemente influenzato, nel suo folk plumbeo, meccanico, spettrale e angosciante, dagli episodi più claustrofobici dei Suicide, poi con l’esorcismo gospel di una Dream Baby Dream – uno dei capolavori dei “primi” Suicide, all’epoca uscito solo su 45 giri – usata alla fine dei concerti del tour di Devils & Dust (2005) e nove anni dopo inclusa nella scaletta di High Hopes (2014). Alan Vega è morto nel sonno, lo scorso 16 luglio, all’età di 78 anni: nessuno scontro, questa volta, nessun grido e nessuna ascia di guerra dissotterrata. Solo la serenità di chi alla musica, alla vita e ai suoi estimatori, ha dato davvero tutto.

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