foto: Christian Trevaini

Interviste

Allen “Radius” Stone, un raggio di funk & soul al Biko

Dopo aver ascoltato il recente Radius (recensione sul Buscadero n.387 / Marzo 2016) ne sono stato stregato. Il suo modo di riproporre, lui, giovane, bianco e con una chioma bionda da hippy, una musica che ha le sue radici nel soul e nel funk degli anni ’60 e ’70 mi ha davvero sorpreso, per cui ho colto al volo la possibilità di incontrarlo nella tappa milanese (al Biko) del suo tour europeo.

L’incontro avviene, con professionalità del tutto americana, puntualmente alle 18 del 19 aprile, sul tour-bus che il tour manager Eric Loux, al cui fianco poi ho assistito al concerto con un bello scambio di opinioni e condivisione di entusiasmi, ha noleggiato per il giro europeo di Allen.
La chiacchierata davvero amichevole e cordiale che ho avuto poi con Allen mi ha permesso di conoscere un personaggio dotato di uno spessore umano e culturale che va ben oltre le sue passioni musicali.

Parliamo del suo nuovo album Radius che in USA è stato prodotto da una major e gli chiedo se è contento delle opportunità offertagli da una major. 
Il rapporto è durato 2 anni ed è già terminato. Sono riuscito fortunatamente a tagliare i ponti portando con me i diritti della mia library di canzoni, per cui sono rimasto proprietario della mia storia di artista. Purtroppo le grandi compagnie discografiche considerano il disco come un prodotto commerciale e a loro interessa solo l’ultima riga del conto economico, purché sia positiva e porti loro dei dollari. Io cercavo invece altro, soprattutto una maggior libertà artistica e ho firmato in USA per la ATCO Records che mi lascia più gradi di libertà.

Gli chiedo quindi quali sono stati i suoi ascolti musicali da ragazzo è come ha fatto ad arrivare al soul, lui bianco, anche se figlio di un predicatore religioso.
Da ragazzino ascoltavo di tutto, ma le mie scelte erano: Cake, The Presidents Of USA, The Verve, ma anche Red Hot Chili Peppers. Poi a 16 anni ho ascoltato il disco di Stevie Wonder, Innervisions e ho provato una grande emozione nell’anima, sentimenti si muovevano dentro di me, le emozioni che provavo erano indescrivibili. Ho cominciato ad amare la musica soul degli anni ’60 e ’70, mentre gli anni ’80 non hanno significato molto per me perché erano dominati dalla musica dance.

Alla domanda di quando abbia cominciato a suonare e cantare mi risponde:
A 18 anni me ne sono andato da casa (lo stato di Washington) per andare a Seattle e poi ho preso a suonare la mia chitarra e a comporre, andavo a suonare in qualsiasi posto, nei piccoli locali, nei coffee-shop, fino a 21 anni suonavo, suonavo, suonavo. Quello che mi ha fatto conoscere è stato il passaparola della gente che veniva ad ascoltarmi; penso che farsi conoscere e avere un feedback sia importantissimo, poi ho postato dei video su YouTube e successivamente ho cominciato ad incidere.

Chiedo allora ad Allen cosa significano per lui gli artisti cui dice di ispirarsi.
Stevie Wonder: come ti ho detto a lui sono particolarmente legato perché mi ha fatto vedere la luce vent’anni fa ed è la mia fonte di ispirazione; amo tutti i suoi dischi a partire da Innervisions in poi.

Alla mia domanda se l’ha incontrato mi risponde:
Si ho avuto l’opportunità di incontrarlo e di parlargli, seppur brevemente, e l’ho ringraziato per tutto quello che lui mi aveva inconsapevolmente donato. Stevie Wonder è il più grande di tutti, per me è stato il musicista che più di tutti ha lasciato la sua influenza e traccia nel R’n’B. Il più grande di sempre. Marvin Gaye: la carriera di Marvin Gaye secondo me si divide in due tronconi, prima e dopo What’s Going On. Quel disco e’ semplicemente una pietra miliare della musica e non solo; è un disco che ha aiutato a risvegliare le coscienze. Ecco io amo tutta la sua discografia, a partire proprio da quel disco. Bill Whiters: di Bill Whiters amo indiscriminatamente tutta la carriera.

Gli chiedo se lui si consideri una sorta di profeta del soul per audience bianche.
Forse questa è una visione che potete avere qui in Europa. In USA invece, secondo me, il Soul lo suonano e lo ascoltano sia bianchi che afro-americani. Prima, sfogliando la vostra rivista ho visto che parlate di un altro grande, Charles Bradley, un artista che stimo molto; ad esempio ai suoi concerti trovi un pubblico sia di giovani che di anziani; sia bianchi che afro-americani. Invece il mondo dell’ hip-hop è decisamente in mano agli afro-americani, sia come artisti che come pubblico.

A questo punto gli chiedo se conosce l’opera di David Foster Wallace, lo scrittore che si è suicidato alcuni anni fa e che aveva scritto un libro Il Rap spiegato ai bianchi. Mi risponde che non ha letto quel libro ma che conosce Wallace e che ha visto il biopic tratto dalla sua vita The End Of TheTour.

Gli chiedo quale è il suo rapporto con la fede e la religione, visto che è nato in una famiglia religiosa.
Ho sicuramente una fede nell’umanità, non credo in nessuna struttura verticistica, sia essa la chiesa, il capitalismo, il comunismo, il socialismo. Vedi, secondo me tutte queste forme di aggregazione hanno una struttura piramidale che prima o poi è destinata a crollare. Credo nel concetto di Dio, ma non lo nomino, per me c’è una connettività che unisce tutte le cose nell’universo; una forza positiva che ingloba tutto, anche la musica. Questa è la mia fede.

Tornando al suo album gli domando il perché del titolo Radius (Raggio).
È proprio il concetto matematico di raggio di una circonferenza e il concetto che voglio dargli è quello di distanza tra la mia carne (rappresentata dal cuore disegnato in copertina) e la mia esperienza spirituale, cioè la mia anima. Il tutto è comunque ricompreso in un cerchio che rappresenta l’unicità di una persona.

Ormai il ghiaccio è sciolto e parliamo con grande serenità; gli dico che ho raggruppato le canzoni del suo disco in tre gruppi: sociali, spirituali e d’amore.
Approvo, si vede che hai ascoltato bene il disco; ma la mia canzone preferita è Fake Future che esprime i concetti a cui tengo di più. Ritengo infatti che in tutte le arti ci sia troppo intrusione di tecnologia e computer, questa non è l’evoluzione, è devoluzione. Mi chiedo quali saranno le tracce che lascerà la nostra generazione nel futuro. Non si deve solo guardare in avanti verso la tecnica nuova, un artista deve ispirarsi al passato perché questo contiene tutta la storia.

A questo punto la domanda inevitabile è: digitale o analogico? LP, CD o Download?
Ovviamente la risposta è analogico e LP, anche se ritengo che la rete abbia messo a disposizione degli appassionati uno strumento importante: Spotify!

Il sound-check lo reclama, ma prima la fatidica domanda, dimmi i 5 dischi per l’Isola Deserta.
Donny Hathawaway – Live
Marvin Gaye– What’s Going On
Tingsek (un cantante svedese) – Restless Soul
Stevie Wonder – Innervisions
Lauryn Hill – The Miseducation of Lauryn Hill

Il live report della data al Biko di Milano si legge qui: http://www.buscadero.com/allen-stone-live-a-milano-1942016/

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