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Allen Toussaint, the bright Mississippi

Allen Toussaint, 1938-2015


Era nato il 14 gennaio del 1938 in un sobborgo di New Orleans conosciuto come Gert Town, tra le assi di legno di una di quelle case rettangolari spoglie e disadorne che gli americani, dai tempi della Guerra Civile, chiamano shotgun houses (in quanto somiglianti ai capanni dove i latifondisti del Sud conservavano le armi), ancora oggi molto diffuse tra le classi più povere della Bible-belt, la «cintura della Bibbia» all’incirca corrispondente all’insieme degli Stati Confederati del presidente Jefferson Davis. Nonostante le umili origini, Allen Toussaint, scomparso il 10 novembre – lo scorso martedì – a causa di un infarto (mentre si trovava a Madrid per un tour europeo), era cresciuto respirando musica e arte della composizione, perché la madre, sperando di assicurargli un futuro, aveva sempre concesso pasti e alloggio a chiunque fosse in grado di insegnare al figlio i rudimenti delle sette note.

E difatti Toussaint non aveva tardato a inserirsi nella sempre ribollente scena musicale cittadina, prima usando il pianoforte – strumento col quale aveva sviluppato un rapporto quasi simbiotico – per accompagnare le esibizioni del chitarrista Snooks Eaglin, poi arrivando perfino a suscitare l’interesse di Dave Bartholomew, produttore di Fats Domino, stupefatto nell’apprendere di trovarsi di fronte a un adolescente non ancora maggiorenne. Si era guadagnato il rispetto del celeberrimo Huey “Piano” Smith – una delle istituzioni musicali di Bourbon Street – sostituendolo durante un tour, nel 1957, e il patrocinio di questi gli aveva consentito di registrare per la RCA Victor, sotto lo pseudonimo di “Tousan”, il primo album da titolare, The Wild Sound Of New Orleans (1958), raccolta di strumentali senz’altro acerba eppure attendibile nello stabilire le coordinate di un suono fluido, sincopato e accessibile, al crocevia tra entertainment e ruvidità blues, che negli anni successivi si sarebbe trasformato in un marchio di fabbrica e in una delle manifestazioni più amate e riconoscibili del calore sonoro della Big Easy. Cinque anni dopo, uno dei brani di quell’esordio – il boogie scanzonato e rutilante di Java – sarebbe diventato un successo di proporzioni nazionali nelle mani del trombettista Al Hirt, ma la cosa non avrebbe cambiato più tanto le abitudini di Toussaint, diventato nel 1960 il supervisore ufficiale degli arrangiamenti e delle produzioni confezionate negli studi dell’etichetta Minit, il luogo dove il nostro avrebbe incontrato gli artisti coi quali sviluppare le proprie idee.

Dallo scanzonato Ernie K-Doe di Mother-In-Law (1961) al Lee Dorsey in chiave rhythm’n’blues di una Ya Ya (1961) arrivata fino alla colonna sonora di American Graffiti (George Lucas, 1973), dal Benny Spellman tra rock e gospel di una Fortune Teller (1962) rifatta anche dai Rolling Stones, dagli Who e dalla coppia Robert Plant & Alison Krauss alla straziante Irma Thomas di Ruler Of My Heart (1963), brano talmente perfetto (uscito però su Imperial) da meritare nella stagione successiva un remake a firma Otis Redding (Pain In My Heart), il pianista aveva continuato a lavorare senza sosta sulla fisionomia di un suono in cui la tradizione bandistica di New Orleans, e in modo particolare i pianoforti trascinanti di alcune istituzioni locali come l’amatissimo Professor Longhair, potessero rinnovarsi nei ritmi densi di un r&b assai sudato e nell’accessibilità di melodie mai dimentiche dell’imperativo di strizzare l’occhio al pop. Per rendere più efficace il proprio tocco, Toussaint non aveva esitato a ricorrere alla sezione ritmica dei Meters (cui produsse pure diversi singoli), riuscendo così a creare un’impronta della quale vollero avvalersi, tra gli altri, la Band di Rock Of Ages (1972), album dal vivo dove il musicista si occupò di disciplinare gli strumenti a fiato, e Paul McCartney, che venne a New Orleans per registrare il quarto disco degli Wings – Venus And Mars (1974) – con il pianoforte del nostro. Negli anni ’70, inoltre, l’artista aveva deciso di tornare a incidere ricorrendo alle proprie generalità, sfornando uno dopo l’altro l’omonimo Toussaint (1970), uscito anche col titolo di From A Whisper To A Scream e con un brano in più, il meditativo Life Love And Faith (1972) e infine il meno riuscito, comunque valido, Motion (1978). Nel mezzo aveva piazzato un capolavoro come Southern Nights (1975), dieci canzoni incise a Miami, con l’accompagnamento dei Meters, per un carnevale boogie-woogie in qualche modo somigliante a una traduzione più morbida, forse meno spigolosa eppure altrettanto travolgente e sulfurea, dei lavori più movimentati del suo grande amico, anche lui pianista, Dr John (quasi tutto il materiale solista fin qui citato lo trovate in The Complete Warner Recordings, doppio antologico targato dalla Rhino nel 2003).

Con il diffondersi della disco-music, il suono danzabile di Toussaint si era fatto meno richiesto, e il musicista stesso aveva preferito diradare uscite e collaborazioni, tant’è che negli ’80 aveva registrato un solo album di materiale inedito e nel decennio successivo ne avrebbe sì pubblicati quattro (due per la NYNO, sua etichetta personale), ma tutti composti da rimasticature, ancorché sempre interessanti, del vecchio repertorio. Per paradosso, a ravvivarne la carriera non era stato, nel 1998, l’ingresso nella R&R Hall Of Fame, bensì, sette anni più tardi, il flagello dell’uragano Katrina, a causa del quale aveva lasciato New Orleans per Baton Rouge e poi New York, dove, una volta reso definitivo il trasferimento, aveva ricominciato a esibirsi con regolarità. Qui si era imbattuto in Joe Henry, che gli aveva cucito addosso due dischi strepitosi, il collettivo I Believe To My Soul (2005), dove Toussaint era affiancato da altre leggende del soul downhome come Ann Peebles, Irma Thomas, Billy Preston e Mavis Staples, e il personale affresco jazz del malinconico, elegantissimo The Bright Mississippi (2009), in cui l’artista, circondato da un vero e proprio parterre du roi (Marc Ribot alla chitarra, Joshua Redman al sax tenore, Brad Mehldau al piano, Nicholas Payton alla tromba, Don Byron al clarinetto), si cimentava con nostalgia e infinito amore su classici di Sidney Bechet, Jelly Roll Morton, Duke Ellington, Django Reinhardt etc. Altro estimatore eccellente si era rivelato Elvis Costello, suo “cantante” per The River In Reverse (2006), l’ennesimo, splendido inchino al calderone funk, soul e blues di Crescent City, omaggiato da Toussaint anche nell’ultimo, laconico Songbook (2013), cavalcata solitaria e toccante, per voce e pianoforte, negli angoli della memoria, nelle pieghe dei ricordi e nelle curve del proprio repertorio.

Nulla di nuovo o sconvolgente, certo, ma al tempo stesso un’ulteriore prova della classe, dell’ispirazione e della signorilità di un musicista il cui stile versatile, da un lato raffinato quanto quello d’un George Gershwin, da un altro carnale e ricreativo come solo un figlio della Louisiana avrebbe saputo essere, è sempre apparso così oltre – oltre i generi, gli steccati e i conformismi – da costituire non solo una fonte d’ispirazione per i giovani rockettari della Brit-invasion, ma addirittura un serbatoio di dettagli e intuizioni sfruttato in modo intensivo dalla scena rap e hip-hop (lo testimoniano i campionamenti eseguiti, solo per citarne alcuni, da Nas, N.W.A., Jay Z, Snoop Dogg, 2 Live Crew, A Tribe Called Quest, OutKast e tantissimi altri). Di questo rinascimento artistico, e di queste continue dichiarazioni di stima, Allen Toussaint preferiva non parlare. Non era un tipo da interviste, o da dichiarazioni. Tra la promozione di sé e l’eloquenza della propria arte, non ha mai avuto dubbi nello scegliere la seconda.

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