Recensioni

Allman Brothers Band, Back In The Saddle 1991 – The Classic Sacramento Broadcast

almmanbrosALLMAN BROTHERS BAND
Back In The Saddle 1991 – The Classic Sacramento Broadcast
2CD, Refractor

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Se dopo la morte di Duane gli Allman Brothers Band sono diventati in pratica il gruppo di Richard “Dickey” Betts, gli Allman del 1990, riformati a quasi dieci anni di distanza dall’ultimo Brothers Of The Road (1981), erano il gruppo del nuovo arrivato, e allora poco conosciuto, Warren Haynes. Ma questo ancora non si sapeva, come ancora non si poteva sapere quanto successo avrebbe riscosso il quadruplo cofanetto Dreams (1989), destinato a trasformarsi in un improbabile e clamoroso long-seller, e quale impulso creativo avrebbe trasmesso Haynes non solo alla ragione sociale della sua nuova band, bensì a un po’ tutta la scena dei gruppi del Sud intenzionati a divagare con gli strumenti e a intrecciare gli stili e le forme della tradizione rock, blues e jazz.

Nel 1990, Seven Turns era sembrato solo un gran disco di classic-rock pulito, elegante e potente, pubblicato da una formazione, appunto rinvigorita dall’ingresso del bassista Allen Woody (collaboratore di un ex-Lynyrd Skynyrd, Artimus Pyle), dal piano di Johnny Neel e dalla chitarra slide del citato Haynes (entrambi in forze presso la band di Dickey Betts), e la sua fortuna commerciale, tanto cospicua quanto sorprendente, non aveva in alcun modo compromesso la rifiorita creatività del gruppo, al contrario scaricata senza confini o barriere, l’anno dopo, in uno Shades Of Two Worlds subito apparso tra i picchi di un percorso discografico non certo avaro di opere straordinarie.

Tra quei due dischi, una lunga serie di concerti a dir poco dirompenti per energia, trasporto, improvvisazione, grinta e libero fluire di estro e inventiva: Back In The Saddle 1991 – The Classic Sacramento Broadcast è la testimonianza di un concerto tenutosi al Cal Expo Amphitheatre di Sacramento, California, già uscito in varie edizioni più o meno legali, e soprattutto la dimostrazione del volume di fuoco, della genialità e della furiosa intensità sprigionate da una comitiva di musicisti sensazionali all’apice delle proprie possibilità. Basta la sequenza iniziale, con gli ululati di slide dell’intramontabile Statesboro Blues di Blind Willie McTell, le pennate hard della nuova End Of The Line, il country-rock inossidabile di Blue Sky, il lungo poema chitarristico di Nobody Knows (12 minuti) e le sventagliate d’organo di una melmosa Low Down Dirty Mean, a dare la misura dei livelli di espressione, comunicazione e fantasia padroneggiati da questa incarnazione degli Allmans.

Se l’intermezzo (semi)acustico, composto da due classici (Melissa e Midnight Rider) in compagnia di altrettante riletture (Come On In My Kitchen di Robert Johnson e il tradizionale Goin’ Down The Road Feeling Bad), è una delizia per le orecchie e per lo spirito, quando le temperature si scaldano e la sei corde di Haynes prende possesso della situazione il concerto va letteralmente in orbita. Prima una sferzante versione di Hoochie Coochie Man (Muddy Waters), poi l’omaggio a Charlie Parker della recente, fluttuante, psichedelica Kind Of Bird e infine il ringhiare bluesy di Get On With Your Life e la quasi mezz’ora di una chilometrica, stratosferica In Memory Of Elizabeth Reed (basata sulle 12 battute in 6/4 della All Blues di Miles Davis e qui segnata dalla baraonda ritmica delle percussioni latine di un altro nuovo acquisto, il percussionista Marc Quiñones), senza peraltro dimenticare l’altrettanto fiammeggiante bis di Revival, Jessica e Whipping Post, raccontano tutta la vertigine e tutti i vortici di una band che nel 1991 aveva ritrovato la freschezza, un tiro micidiale e la voglia di confrontarsi con la propria giovinezza senza tradirne i presupposti, ma anzi, inalberandosi in cavalcate sonore all’insegna della vitalità e dell’invenzione. «Di nuovo in sella» (back in the saddle): proprio così.

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