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Another Monday’s Gone: in ricordo di John Renbourn (1944 – 2015)

La musica, per lui, era stata fin dall’inizio un affare di famiglia: «Tutti i miei parenti suonavano qualche strumento, io stesso devo aver preso in mano un banjo più o meno all’età di cinque anni… Fin da piccolo ho ascoltato di tutto». Così rispondeva John Renbourn, nato a Marleybone, nel centro di Londra, durante l’estate del 1944, a chi gli chiedeva quale fosse stato il suo primo punto di contatto con suoni e strumenti. Come tutti gli adolescenti inglesi cresciuti nei Cinquanta, aveva subito il fascino e l’influenza dello skiffle con cui Lonnie Donegan, e molti altri, avevano portato alla corte di sua maestà la Regina il jazz di New Orleans e la tradizione americana di country e blues, i due stili su cui il nostro si era poi soffermato con maggiore attenzione, trovando un suo tocco inconfondibile e immediatamente riconoscibile proprio nella contaminazione tra questi e il retaggio medievale del folk anglosassone.
Virtuoso della chitarra fattosi un nome grazie all’orientamento eclettico nel manipolare le radici e il loro aggiornamento, Renbourn aveva esordito su Transatlantic – la storica etichetta del folk inglese fondata nel 1961 da Nat Joseph – nella seconda metà dei ’60, con un album omonimo (targato 1966) ricco di riferimenti al gospel e al country-blues d’oltreoceano, e nello stesso anno era entrato in contratto con un compagno di scuderia, lo scozzese Bert Jansch (scomparso, sessantottenne, nel 2011), altro “manico” della sei corde dalla tecnica ancor più barocca e intricata, col quale, sempre nel ’66, aveva inciso l’ottimo Bert And John, disco di composizioni originali dove l’elaboratissimo fingerstyle della coppia manovrava citazioni colte (eppure accessibili, nonché molto piacevoli) di classica, blues prebellico e persino jazz (come testimoniato dall’incantevole rilettura della Goodbye Pork Pie Hat di Charlie Mingus). Nel frattempo, nel secondo lavoro di Renbourn, Another Monday (1967), aveva fatto la sua apparizione la cantante jazz Jacqueline “Jacqui” McShee, e fu proprio con lei e col citato Jansch (più il batterista Terry Cox e lo straordinario bassista Danny Thompson) che l’artista diede vita ai magnifici Pentangle, dal 1968 al 1973 il miglior gruppo del folk-revival britannico e non solo, una formazione in grado di mescolare con impressionante facilità di sintesi i canoni di jazz, folk-rock e blues, madrigali antichi, suggestioni orientali e travolgenti improvvisazioni elettroacustiche (tutte e sei le opere uscite a loro nome nel corso del quinquennio citato andrebbero possedute, ma casomai si dovesse scegliere, almeno Basket Of Light [1969], l’album più ricercato, e Cruel Sister [1970], quello più elettrico e sperimentale, non possono mancare in qualsiasi discoteca degna di questo nome).
Nonostante il successo dei Pentangle e i numerosi tour sostenuti (anche in America) dalla band, Renbourn continuò a incidere diversi dischi solisti, forse i più compiuti e felici di una carriera proseguita, fino alla fine dei ’70, a ritmi a dir poco sostenuti: se Sir John Alot (1968) e The Lady And The Unicorn (1970) documentavano il suo interesse per le musiche rinascimentali, Faro Annie (1971), con la sezione ritmica dei Pentangle e le sue rivisitazioni di Dock Boggs, Woody Guthrie, Robert Johnson e Mississippi Fred McDowell, fu probabilmente il capolavoro del nostro, la dimostrazione di come si potessero intrecciare la crudezza e l’autenticità del blues del Delta con l’eleganza del folklore inglese senza snaturare nessuno dei due elementi, anzi, semmai ibridandoli in un contenitore innovativo, vivace, visionario. Renbourn proseguì nella perlustrazione delle stesse sonorità anche nel dittico classicheggiante composto da The Hermit (1976) e The Black Balloon (1979), finché la passione per la cultura indiana non lo portò a formare il John Renbourn Group, ensemble a cavallo tra ragas e jazz i cui membri ricorrevano a flauto, oboe, violino e tablā – il tamburo cilindrico in terracotta di origine indo-pakistana – per salmodiare oniriche litanie apolidi, indifferentemente ambientate nelle campagne inglesi e nei deserti dell’Afghanistan, nei porti della Valle dell’Indo e nei fiumi delle regioni a sud del Tropico del Cancro. Affascinanti e vellutati, dischi come A Maid In Bedlam (1977) o The Enchanted Garden (1980), nel loro intercalare folk-rock contemporaneo e incantesimi mediorientali sulla scia di John McLaughlin, segnarono l’apice della fase più avanguardista del percorso di Renbourn, peraltro, dopo i lavori realizzati a quattro mani con il collega americano Stefan Grossman (ricorderei perlomeno Live… In Concert del 1978, vero e proprio manuale di fingerpicking condito da spassosi e appassionati omaggi all’arte di Mingus e Booker T. Jones), assente dalle scene per più di un lustro poiché iscrittosi all’università per conseguire una laurea in Storia dell’Arte.
Al suo ritorno, il nostro si era mostrato più rigoroso e “didattico” che mai in un The Nine Maidens (1986) di stretta osservanza folk, diviso tra pavane barocche e ambiziosi movimenti autografi, e da lì in poi avrebbe sempre seguitato a proporre dimensioni acustiche più o meno antiche, più o meno didascaliche, ma invariabilmente contraddistinte, oltre che dalla dimensione inestimabile dell’alfabetizzazione strumentale, dal desiderio caldo di trasmettere alle nuove generazioni (cui dedicò anche, soprattutto in Europa, un’infinità di seminari) le tecniche e i sentimenti di un’eredità culturale – quella del folklore albionico – secondo il nostro condivisibile solo attraverso l’incrocio di mondi differenti. Amò molto l’Italia, dove nel 1988 registrò, nella cantina romana del Folkstudio gestito da Giancarlo Cesaroni in quel di Trastevere, Live In Italy (2006), pubblicato in patria su etichetta Castle e da noi come allegato del settimanale Avvenimenti (allora edito dalla Libera Informazione Editrice SpA, oggi diventata cooperativa, e dal 2006 trasformatosi in Left), con la dicitura «il menestrello del folk» (!) stampata in copertina, e alla quale consacrò, a tredici anni di distanza dal penultimo Traveler’s Prayer (1998), il suo album-testamento, ossia il bellissimo Palermo Snow (2011), tutto affidato alla chitarra del titolare e al clarinetto di Dick Lee, un’oasi di pace e serenità in 10 acquerelli di puro suono radicato nel romanticismo melanconico di Erik Satie (Sarabande) e Johann Sebastian Bach (Cello Prelude In G). Aveva sviluppato, negli anni, una tecnica chitarristica per la quale andava famoso, consistente nell’applicazione, sopra le unghie, di dischetti in plastica ricavati dal taglio di palline da ping-pong, in modo da avere una maggior superficie d’adesione alle corde; inoltre, alla ricercatezza degli accordi e dei voicing, seppe unire anche un’imbracciatura particolare, per cui spesso usava solo tre dita della mano destra e il pollice della sinistra, ottenendo così un suono al tempo stesso spigoloso e rallentato.
John Renbourn è morto d’infarto, si dice già per il troppo alcool nelle vene (dimostrava, del resto, molto più dei suoi 70 anni), giovedì 26 marzo. Non si era presentato a Glasgow, dove avrebbe dovuto esibirsi la sera precedente: a ritrovarne il corpo esanime, nella sua casa di Hawick, in Scozia, è stata infatti la polizia, allertata dai proprietari del Ferry, il locale della lowlands centro-occidentali nel quale il nostro era in cartellone. Non fece mai ricorso al semplice esercizio di stile, nemmeno quando, con ammirevole modestia, subordinò le proprie acrobazie tecniche alla collaborazione con Robin Williamson della Incredible String Band, assieme al quale tenne una stringa memorabile di concerti (ne ritrovate qualche traccia in Wheel Of Fortune [1994]), e il diradarsi delle sue uscite discografiche, dagli ’90 in poi, sembra oggi il frutto prestabilito di una sintonia ormai sfiorita rispetto ai tempi e al frastuono della società contemporanea. Come se quest’omone grande e barbuto, così innamorato dei suoni, dei racconti e delle ballate di altre epoche, si fosse infine rassegnato, e allontanato, dalla velocità assurda di un mondo che non voleva più seguire.

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