blog da Londra



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RYAN BINGHAM

Junky Star

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Nel giro di qualche anno, il suo esordio reale risale alla fine del 2007 con Mescalito, Ryan Bingham è diventato importante.
Noi avevamo scommesso subito su di lui, copertina al primo disco ( ma lui ne aveva già fatti tre, autogestiti ), ma poi Ryan ha lavorato duro.
Dopo Mescalito, accolto benissimo anche in Europa, ecco Roadhouse Sun e, giusto quest'anno l'Oscar per la canzone migliore ( The Weary Kind ( Theme From Crazy Heart ), con conseguente riconoscimento dei media ( americani ) e la via aperta per diventare una star.
Ma Ryan è uno che viene dal nulla : povero in canna, ha dovuto farsi aiutare per vivere e quello che ha guadagnato lo ha fatto con le sue sole forze.
E' vero che la Lost Highway ha creduto in lui, che il Busca ( nel suo piccolo) gli ha fatto vendere qualche migliaio di copie di Italia, ma è anche vero che lui non si è mai svenduto, ne ha intenzione di farlo.
I'Oscar è stato una grande soddisfazioone, ma Bingham ha deciso continuare nel segno della musica, della vera musica.
La conoscenza e la conseguente amicizia con T-Bone Burnett gli hanno fatto bene, molto bene.
Al punto che il nostro ha deciso di farsi produrre proprio da T-Bone.
E Burnett ha scelto di esemplificare lo cose.
Rispetto a Roadhouse Sun, Junky Star è decisamente meno rock.
Meno elettrico ma, a mio modesto parere, molto più bello.
L'unico handicap di Roadhouse Sun era quello della ripetitività.
Continuando su quella strada Ryan si sarebbe trovato in un vicolo cieco, si sarebbe infilato in una via senza uscita : invece, seguendo i consigli di Burnett, ha girato pagina.
Junky Star è un lavoro più interiore, con più ballate, ma è fresco, pieno di idee e sostenuto da una manciata di canzoni belle e suggestive.
Dalla ballata dylaniana The Wandering alla rollingstoniana Depression, dall'introspettiva Hallelujah alla bluesata ( con tanto di intro slide ) Direction of The Wind, dall'immaginifica The Poet ( una piccola gemma ) alla magnetica All Chocked Up Again,tre le cose più belle del disco ( assieme alle già citate The Poet, The Wandering etc ).
Junky Star non ha special guest : solo Bingham e la sua band, The Dead Horses.
Cioè Matt Smith ( batteria ), Elijah Ford ( basso) e Corby Shaub ( chitarra e mandolino).
E la semplicità, unita ad un songwriting sempre più maturo, è la chiave di lettura dell'album.
Burnett ha scelto di fare il produttore senza apparire, ha solo esemplificato il suono, levando le chitarre roventi di Marc Ford.
Ma la sua non presenza è il valore aggiunto del disco : esemplificando le cose, T-Bone ha dato più respiro alla musica, ha levato in parte il rock per lasciare maggiore spazio al cuore ed alla forza delle canzoni.
Ed ha reso più solido il modo di scrivere di Bingham, la sua immaginazione, le sue liriche forgiate dal sole.
Non è difficile collocare queste canzoni, immaginare i paesaggi che le hanno ispirate, vedere fiumi e colline, boschi e deserti, vivere le emozioni che queste melodie generano : chiudete gli occhi ed ascoltate la parte finale di All Chocked UP Again, quella strumentale, e vedete se non ho ragione.
The Poet, il poeta : intro di chitarra, armonica ….....
La canzone inizia con il passo giusto : attendista, distesa, ricca. coinvolgente.
Ballata matura, è quanto di meglio Ryan abbia mai scritto.
Poi la sua voce roca, quasi aspra, la vive in modo unico.
La dylaniana The Wandering, l'intro di armonica è rivelatore, si sviluppa su una tematica country-blues fluida : semplice e lineare, si ascolta tutta d'un fiato e conferma la crescita dell'autore.
Strange Feeling In The Air è il primo brano elettrico dell'album.
Cadenzata, sofferta, tesa : con la chitarra in evidenza ( bello l'uso della slide ), è una canzone forte ed orgogliosa, in cui rock, blues e un tocco acido si fondono in modo mirabile.
Junky Star ( la canzone ) conferma il nuovo corso del nostro : è figlia di The Weary Kind.
Quasi narrata, con la chitarra che traccia lineee armoniche profonde e la voce roca del protagonista che lavora al suo meglio : poi la band entra di soppiatto e la canzone diventa calda .
Brano di grande spessore Junky Star è meritatamente il titolo della raccolta ed è un altro punto a favore della bravura e della integrità di questo giovane texcano.
L'intro sommesso della band è splendido ( qui si vede la mano di T-Bone ) e l'armonica a metà è il definitivo suggello.
Una chitarra acustica apre Depression, poi la band si fa spazio ( è una costante in questo disco ) e la canzone muta in una ballata elettrica, sicuramente influenzata dagli Stones inizio anni settanta ( Sticky Fingers ma anche Exile on Main Street ).
Hallelujah è un'altra composizione di grande spessore : se Roadhouse Sun aveva dalla sua forza e grandi chitarre, qui viene alla luce la bravura compositiva di Ryan, il suo sapere scrivere canzoni legate alla sua terra, il suo descrivere i deserti e le tempeste di sabbia, la solitudine, la sofferenza ma anche la felicità ed i rapporti umani.
Yesterday's Blues e Lay My Head on The Rail sono altre due canzoni da ascoltare e riascoltare : acustica la prima, piena di pathos e giocata sulla voce dura e profonda dell'autore, chitarra acustica ed armonica.
La seconda riprende le stesse tematiche, con un'acustica che accompagna un brano di ispirazione folk blues ( il modo di suonare la chitarra richiama Mississippi John Hurt), mentre la canzone stessa, una sorta di talking blues, è quasi sorprendente
Dai suoni forti di Roadhouse Sun alle ballate acustiche di Junky Star, il passaggio è deciso, profondo, quasi un taglio con il passato.
Due grandi canzoni ed in mezzo un blues guidato dalla slide di Shaub : Direction of The Wind, la direzione del vento, altra canzone sulla sua terra.
Un blues vero, secco, tagliente, ma non elettrico come nel disco precedente.
Hard Worn Trail si lascia precedere da una chitarra ( elettrica ) appena accennata, poi un arpeggio ( acustico) prende il sopravvento e la ballata si sviluppa su una tematica molto personale, ma intensa come poche .
L'intro della band è liberatorio.
Self Righteous Wall, lenta, elettrica, cadenzata, conferma la vena compositiva ricca ed ispirata di Bingham e fornisce l'ennesima chiave di lettura di un disco bello e profondo, ma anche sorprendente e decisamente poco radiofonico.
Sulla linea dei grandi, Bingham non solo non si ripete ma va a cercare nuove soluzione melodiche : ballate che sanno di Texas, che sono dentro all'immaginario di uno stato molto musicale.
Grande musica, come conferma la conclusiva All Chocked Up Again.
Una canzone destinata ad entrare nel novero di quelle più riuscite.
Elettrica e distesa, parte cantata e termina strumentale.
Proprio la parte finale, con la chitarra che dialoga in modo fluido con il resto della band, è tra le cose più belle del disco e mostra che la mano di T-Bone è stata discreta ma risolutiva, intervenendo poco ma al momento giusto ed aggiungendo quel quid che ha reso più efficace la musica di Ryan.

 

di Paolo Caru'