Il disco Raising Sand realizzato nel 2007 con Alison Krauss ha cambiato il
corso artistico di Robert Plant e l’artista dopo aver girovagato nei suoni
etnici dell’Oriente e dell’Africa è tornato a casa o meglio
alla sua casa adottiva visto che i Led Zeppelin nacquero dall’incontro
tra il beat inglese ed il blues afroamericano. Band of Joy che prende il nome
dal primo gruppo di Plant formato nel 1967 assieme al batterista John Bonham
non è solo un disco di blues ma un viaggio nella musica americana di
ieri e di oggi che tocca forme primitive come il country ed il folk ed espressioni
moderne come il low-fi rock dei Low e le contaminazioni chicano rock dei Los
Lobos . Un viaggio suggestivo nelle roots condotto da un artista ancora curioso
di esplorare territori poco conosciuti, visto la particolarità del repertorio
scelto, ed in grado, grazie alla sua flessibile e caratteristica voce, di apportare
personalità e originalità trasformando canzoni altrui e vecchi
traditional in materiale apparentemente nuovo e suo. Un artista eccelso Robert
Plant ed una band, quella che lo segue in Band of Joy , dall’elevato profilo
tecnico e creativo. Il bandleader è Buddy Miller, un nome che è
entrato nelle pagine più qualificate della musica americana producendo
dischi di Salomon Burke, Allison Moorer, Emmylou Harris, Patti Griffin, suonando
la chitarra per Steve Earle e cantando, solo o con la moglie Julie, in dischi
nominati per il Grammy quali Buddy & Julie Miller del 2001 e Universal United
House of Prayer del 2004. Entrato in contatto con Plant durante il Raising Sand
Tour, Buddy Miller è ora il “direttore d’orchestra”
della Band of Joy ed il co-produttore del disco assieme a T-Bone Burnett, un
nome che recentemente è dappertutto (speriamo non faccia la fine del
prezzemolo).
Gli altri musicisti di Band of Joy sono la cantante Patti Griffin, presenza
complementare almeno per quanto riguarda le parti vocali perché stando
a quello che si è sentito nello splendido Raising Sand con Alison Krauss,
Plant sembra ringalluzzirsi dalla vicinanza di una cantante donna, il suo operato
ne risente in modo estremamente positivo e i toni vocali e le sfumature si moltiplicano
regalandogli la possibilità di toccare con misurata leggerezza qualsiasi
aspetto della canzone, dalla tenerezza strappacuore al fraseggio urgente, da
una entrata furtiva quasi dimessa al comunicare un senso di poesia e mistero.
Sono ormai lontani i tempi in cui erano l’urlo deflagrante ed il falsetto
le qualità del suo cantato, adesso Plant sa emozionare in maniera più
sorniona, lavorando più di eleganza e pennellate che di forza, senza
togliere nulla alla sua potenza. Patti Griffin si rivela, d’altronde,
fondamentale in più di una traccia, in House of Cards ad esempio, una
canzone di Richard Thompson dalla melodia superba che pare estratta dall’universo
del folk-rock inglese di Fairport Convention e Pentangle e in Silver Rider e
Monkey, due brani del gruppo marito/moglie dei Low che tra suggestioni lo-fi,
malinconie e una dilatata coda strumentale elargiscono l’eterea e rarefatta
atmosfera che aleggiava su Raising Sands.
Ma ci sono altri musicisti ad aiutare Plant in questo viaggio oltre alla Griffin
e a Miller: il bassista Byron House , il singolare Darrell Scott ( autore dell’interessante
A Crooked Road ) che si destreggia con una serie smisurata di strumenti a corda,
dalla chitarra acustica al mandolino, dal banjo alla fisarmonica, dalla pedal
steel alla lap steel e il batterista e percussionista Mark Giovino, uno che
ha lavorato con chiunque, dai gruppi jazz di New Orleans a G.E Smith, da Lou
Reed a Moby, da John Cale a Joan Osborne.
Una Band of Joy di orientamento roots che tra delicati fraseggi acustici e atmosferici
paesaggi elettrici ricrea a piccole dosi quello che fu il sound ibrido di Led
Zeppelin III tra folk e rock. Qui c’è anche il country, in particolare
quello di I’m Falling In Love Again un titolo troppo classico (originariamente
inciso dai Kelly Brothers) per passare inosservato ma Plant lo “lavora”
come fosse un country&western cantato da Presley mettendoci le voci (Miller
e Scott) come in un gospel del sud, e poi quello di The Only Sound That Matters
dove in mezzo alle note della lap-steel si respira la freschezza degli Whiskeytown
di Excuse Me While I Break My Own Heart Tonight.
Si apre però con il rock Band of Joy ovvero con la ripresa di un titolo
dei Los Lobos, Angel Dance (era su The Neighborood) a dimostrazione dell’ampia
visione di Plant e di quanta solidità abbia il sound del disco sebbene
non manchino mandolini, fisarmoniche e l’arrangiamento sia ridotto all’osso.
E sono all’insegna del rock anche le due cover dei Low e You Can’t
Buy My Love, un brano di Barbara Lynn rivisto secondo un marcato approccio soul/rock.
Pure Even This Shall Pass Away offre decise tonalità elettriche ma la
rivisitazione di un poema del 19esimo secolo è segnata da troppe percussioni
e colpi di funky per rimanere in linea con il resto del disco.
Funziona meglio la copertura in chiave 16 Horsepower ovvero banjo, cupa atmosfera
rurale e chitarra malandrina di Satan, Your Kingdom Must Come Down al tempo
presente in un disco degli Uncle Tupelo ed il ripescaggio di Cindy, I’ll
Marry You One Day, motivo popolare cantato in Rio Bravo qui trattato in modo
ruvido.
Rimane da segnalare Harms Swift Way una delle chicche del disco, una canzone
di Townes Van Zandt che Plant rende con rispettosa intensità e trasporto
come fosse una riflessione sul suo lavoro d’autore mentre Buddy Miller
e il resto della band ne rinnovano il suono con un magistrale lavoro strumentale
giocando di sottrazione e preservandone l’umore originale. Che, in poche
parole, è il senso generale di Band of Joy ovvero rievocare con sentimento
un patrimonio di musica altrui rispettandone lo spirito ma aggiungendovi la
propria personalità. Un operazione che non è per tutti ma solo
per grandi artisti quale è Robert Plant.
di Mauro Zambellini
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