foto: Wikimedia Commons

In Concert

Blues Pills live a Milano, 19/02/2016

Il rock pulsa nei piccoli club, nelle band minori, in musicisti che una volta finita la loro sudata esibizione si fermano a parlare coi fans, firmano dischi, discutono con loro. Era così un tempo, è così anche oggi, se qualcuno ha a cuore lo spirito di questa musica lo deve cercare nei piani bassi del circo rock. Il resto è business anche quando c’è dietro musica di qualità e nomi famosi.

Bastava essere la sera del 19 febbraio al Legend Club, un locale alla periferia di Milano dove si tennero i festeggiamenti per il 300esimo numero del Buscadero, per vivere un’altro pezzettino di miracolo chiamato rock n’roll, due ore di musica sudata, genuina, istintiva anche coi mille difetti di una band ancora agli albori, con un repertorio di canzoni piuttosto limitato e con le ingenuità di chi calca il palco più per piacere personale che per mestiere.

Ed è forse questa la virtù dei Blues Pills, band svedese con una sezione ritmica mezza americana e mezza scandinava e un chitarrista francese, il fatto di essere mossa dall’entusiasmo nel cercare una chance ancora estranea ai calcoli di mercato, assecondando unicamente il proprio sogno: suonare del rock come si usava tra i sessanta e i settanta, viscerale, senza artifizi e additivi, un retro-rock sporcato di attitudine garage, impreziosito da improvvisazioni jam, duro e violento a tratti ma col cuore saldo nel blues.

Non pensate a qualcosa di passionale ma maldestro perché i Blues Pills sono un concentrato di feeling, energia e tecnica. Innanzitutto davanti c’è l’esuberante ( e carina) Elin Larsson, la giovane front-girl che col suo dimenarsi, sbattere da ogni parte i lunghi capelli, urlare e incitare i propri compagni, scatena la band in un sabba nordico dove la magia non viene dalle streghe, e tanto meno dalle cupezze del metal, ma da canzoni che sono fiammate di aurora boreale, così luminose da evocare Janis.

Maglia nera, stivali al ginocchio e minigonna, Elin Larsson sa il fatto suo , non urla a vanvera, va su e giù con scelta di tempo e quando è necessario si mette a lato del batterista seguendolo a ritmo, agitando i suoi lunghi capelli e lasciando campo aperto ai suoi compagni, una sezione ritmica martellante che è andata a scuola da Blue Cheer e Cream, in qualche momento un battere quasi tribale (Andrè Kvarnstrom), un bassista (Zack Anderson) che pompa irresistibile ed un chitarrista (Dorian Sorriaux) che non fa una piega ma con la sua Gibson SG è un mago, ricorda Paul Kossof quando blueseggia, tira in ballo Randy California tra echi e sprazzi di psichedelia, strizza l’occhio a Hendrix quando usa il wah wah.

Dopo il generoso set dei Pristine, band norvegese tra hard e psichedelia anch’essa trainata da una scatenata cantante dai lunghi capelli rossi, il quartetto sale sul palco e infila subito uno dei loro cavalli di battaglia, Black Smoke, un rock che tra pause melodiche e repentine accelerazioni rivela quale sarà il menù della serata. Elin Larsson cattura gli sguardi dei duecento presenti , la sua voce e il suo stare in scena è contagioso, dietro la sezione ritmica è un killer e gli assoli di Sorriaux un ricamo mai prolisso e plateale, assolutamente decisivi nell’economia del brano. Assoli nervosi e taglienti nello stile dei seventies, salutari, esaltanti. Che sia poi un chitarrista poco più ventenne a farli è sorprendente, come sorprendete è questa giovane band che viene dalla Svezia ma suona come fosse uscita da Detroit.

Certo la loro musica non è originale ma chisse ne frega, sono genuini, onesti, trasmettono sorrisi ed eccitazione e quando vanno in scena i loro “argomenti” che si chiamano Bliss, High Class Woman, Devil Man, No Hope Left For Me, titoli che arrivano dal loro unico album, la sensazione è di essere catapultati in un’altra epoca. L’appassionata voce di Elin si intreccia con sventagliate di chitarre, il ritmo è a palla, quando il blues rallenta partono frustate di rock, l’unica ballata, Dig In, butta lì un po’ di soul, Devil Man è un bluesaccio che concede a Sorriaux l’onore di un magnifico assolo, Astralplane si sviluppa attorno alla voce di Erin e a un possibile viaggio astrale. La quale non manca in qualche momento di accartocciarsi in melodie troppo impervie, comprensibile vizio di una cantante che ha il cuore al posto delle corde vocali.

Non c’è studio, solo istinto nei Blues Pills, prendere o lasciare, e allora tra echi di Big Brother and The Holding Co., una delirante Ain’t No Change dove affiorano perfino gli Spirit e un inedito, Yet To Find, eseguito in acustico da Elin e Dorian, ne viene fuori uno show che è fuoco, fiamme e innocenza. Applausi.

QUESTO MESE

Facebook

Partner

Blog

Radio