Recensioni

Bob Seger, Ride Out

bobseger_ride outBOB SEGER
Ride Out
Capitol
****

Lo aspettavo, e come se lo aspettavo. Era dal 2006, da Face The Promise, che attendevo un nuovo disco di Bob Seger. Il rock and roll per antonomasia. E, finalmente, Bob ci ha dato Ride Out, il suo nuovo lavoro. Il suo ultimo lavoro, visto che a sessantanove anni, quando suona il piano gli fa male la schiena e che non ha più tanta voglia di suonare dal vivo. E magari di tornare in studio. Certo, Seger è uno che si prende i suoi tempi, che fa le cose con calma, che ci pensa e ci ripensa. Ma, una volta che ci troviamo di fronte ad un suo disco, non possiamo fare a meno di pensare al vero, puro e duro, rock and roll. Ecco, vorrei tanto che Springsteen facesse un disco come questo: rock, diretto, senza fronzoli, senza arrangiamenti inutili, usando il piano come faceva una volta. Chitarre, piano, sezione ritmica, magari qualche voce di contorno. E niente altro. Ride Out, la cui copertina è un deja-vu tremendo (ma non posso negare che mi piace comunque), è un disco di classico rock, di ballate, di Heartland rock: un termine ormai un po’ in disuso. Lo stesso Mellencamp ha virato verso il suono Americana, abbandonando quelle ballatone elettriche che erano il suo vanto. Ma Seger no, duro come il muro, non cede di un millimetro. La voce c’è ancora, solida, forte, vigorosa, non c’è la Silver Bullett Band ma una serie di sessionmen con le palle, sparsi tra Nashville e Detroit, che segnano il disco in modo diretto. E poi c’è lui, Bob Seger, duro e puro, come lo vuole la leggenda, come è in realtà. Ha 69 anni, i capelli bianchi (mai pensato a tingerli), porta gli occhiali anche quando si esibisce dal vivo: tutto d’un pezzo. E poi c’è Ride Out, il suo ultimo disco. Meglio di Face The Promise, più tosto, più Seger, più Heartland rock. Bob ha scritto diverse canzoni, ma ci sono anche quattro covers: iniziamo da quelle. Il disco si apre con la tonitruante Detroit Made, un condensato di classico rock and roll: non è una canzone di Bob, anche se tutto lo farebbe pensare, ma di un altro grande, John Hiatt. Si tratta di un brano che Hiatt aveva messo su Dirty Jeans and Mudslide Hymns (2011): un rock and roll classico, tirato, vibrante con la ritmica di Glenn Worf e Chad Cromwell, e le chitarre infuocate di Tom Bukovac e Rob McNelley. Un rock d’altri tempi, molto tirato, molto anni settanta, con le voci femminili (c’è anche Shaun Murphy) e le tastiere di Reese Wynans (ex Double Trouble di Stevie Ray Vaughan). Proprio a Stevie Ray è dedicato il secondo brano, Hey Gypsy, un blues’n’ roll potente,: Kenny Greenberg dice la sua con la chitarra, mentre il resto della band è quello del brano precedente. The Devil’s Right Hand (un classico di Steve Earle, era su Copperhead Road, che hanno fatto tutti, da Johnny Cash a Waylon Jennings) è una delle più belle del disco. Già la canzone è bella di suo: Bob ne fa una versione rockin’ country poderosa che sfrutta l’arrangiamento che aveva fatto al tempo Waylon Jennings. Grande amico, ma anche estimatore di Waylon, Seger ha voluto così omaggiare l’amico, scomparso da vari anni, ricordandolo con questa strepitosa versione: Biff Watson e Jim “Moose” Brown alle chitarre, Laura Creamer all’organo. Ride Out è una ballata rock classica, seegeriana sino al midollo: niente di nuovo, è vero, ma chi vuole qualche cosa di nuovo da uno come Seger? Ride Out è monotematica ma solida come una roccia, con le voci femminili al controcanto (Shaun Murphy e Laura Creamer), mentre la band è più o meno la stessa, con l’aggiunta di una chitarra in più: Rick VitoAdam And Eve è un brano inatteso: infatti è la cover di una canzone scritta ed interpretata da Kasey Chambers e suo marito Shane Nicholson. Una ballata folk-country, dal tessuto leggero (ma la batteria si fa sempre sentire), con la voce di Laura Creamer che duetta con quella di Bob ed il violino (Biff Watson) che esce ogni tanto allo scoperto. Altra cover, California Stars. Un brano molto bello,e molto famoso, tratto da Mermaid Avenue di Billy Bragg e Wilco (il testo è di Woody Guthrie). Seger la rifà in stile Heartland rock, dando forza alla canzone, rileggendola in uno stile country elettrico con molta passionalità: il violino (Deane Richardson) è in bella evidenza, mentre gli altri sono un po’ i soliti. La canzone è arricchita anche da una brass section, molto contenuta, mentre, dietro a tutto, c’è il classico pianoforte alla Bob Seger. It’s Your World è una canzone abbastanza qualunque: mi spiego, non è affatto male, ma è già sentita. Un brano bluesato con voci e percussioni uptempo. Meglio All of The Roads, country rock arioso, molto anni settanta, con il classico ritmo, la voce del leader, il piano a fare da base (sempre il tutto fare Moose Brown), le voci femminili ed anche un fiddle. Classica ballatona che si sente sempre con grande piacere. You Take Me In è forse la meno bella: è una canzone semplice, ma non ha una melodia definita e Bob mi sembra che canti con meno forza e convinzione, rispetto alle altre canzoni. Gates of Eden è invece il contrario: sempre di una ballata si tratta, ma il brano è molto forte, caratterizzato, con grande uso di voci (Barbara Payton, Laura Creamer e Shaun Murphy), ed una base forte, potente, avvolgente. Listen è invece una boccata d’aria fresca, un folk rock pulito e diretto, semplice, solare, molto ma molto piacevole. È forse un po’ giù sentita ma dannatamente gradevole, grazie anche al suono della band (Worf, Cromwell, Watson, Moose, Wynans etc). È l’ultima canzone che Seger ha scritto per il disco e denota freschezza e una vena sempre ricca di talento (notevole l’intermezzo di fisarmonica, suonata da Reese Wynans). Vince Gill appare alla doppia voce. The Fireman’s Talkin’, tra blues e country, è un brano ben costruito, con il banjo di Glen Duncan che fa il ritmo, mentre la sezione ritmica è  interessante. Chiude Let The Rivers Run, una delle più belle del disco. Intro per voce e sezione ritmica, molto soft, poi piano lirico, base orchestrale densa ed una melodia forte e decisa che viene allo scoperto. Un brano atipico, una canzone diversa, ma di grande spessore, dominata da una melodia che si insinua lentamente nell’ascoltatore, per coinvolgerlo poi pienamente. L’orchestrazione è tenue ed il piano splendido, ci ricorda il classico Against The Wind. Un disco composito che va dal rock alla ballata. Un disco maturo, forte, denso, avvolgente. Il disco di un grande rocker.
Uno degli ultimi. Bob Seger.

QUESTO MESE

Facebook

Partner

Blog