Interviste

Calexico Loves Company: intervista con Burns e Convertino

C’è il rischio di scambiarlo per un romanzo inedito di Philip K. Dick, ma l’Estremità del Sole è invece il nuovo album di studio dei Calexico, per certi versi una scelta curiosa per una band residente in Arizona, un’area climatica che farebbe piuttosto pensare a titoli ben più roventi.


Del resto l’immagine che Joey Burns e John Convertino intendono far affiorare nella mente dell’ascoltatore, non è quella di scenari desertici e fantasie cinematografiche, allo scopo basta per il momento la meraviglia di lavori come The Black Light e Hot Rail, bensì quella zona d’ombra in cui la luce sfuma nell’oscurità e viceversa, come se al momento di andare in studio si fossero trovati a riflettere sugli scritti di William Least Heat-Moon: “…E’ utile ricordare che il nostro pianeta è una palla oscura illuminata sempre solo a metà, un posto in cui le tenebre sono la regola e la luce un’eccezione; ed è anche utile ricordare che, grazie al sonno, al battere di ciglia e al tempo di veglia passato in luoghi bui, anche noi, come la prateria, viviamo gran parte dei nostri giorni di notte…”.
A grandi linee potrebbe essere questa la poetica di Edge of The Sun, un’album in cui l’aria di festa dello strumentale latino Coyoàcàn è in qualche modo bilanciata dalla durezza dei versi di Bullets & Rocks “…Proiettili e pietre/ Questo è il futuro che ti è stato promesso…” – oppure dalla solitaria tristezza di una Luna che non sorge mai. In questo senso, Edge of the Sun è un lavoro in chiaroscuro in termini di umori e contenuti, ma certo non dal punto di vista della qualità, perché  le canzoni sono tutte splendide, ricche di personalità e sfumature, pervase da quella musicalità unica e passionale che è ormai un marchio di fabbrica. Che Edge of the Sun sia poi un album  importante, lo dimostra la statura artistica dei numerosi ospiti con cui i Calexico interagiscono in ogni brano: nomi come Ben Bridwell dei Band of Horses, Sam Beam degli Iron & Wine, Pieta Brown e lo straordinario chitarrista Greg Leisz, Neko Case o Nick Urata dei Devotchka.
Quando ai primi di febbraio, incontriamo Burns e Convertino, una Milano fradicia di neve non potrebbe essere più distante dall’arido profilo dell’Arizona, ma il precoce imbrunire del tardo pomeriggio sembra comunque il momento perfetto per indagare i lati più oscuri o quelli meno luminosi di Edge of the Sun.

Edge of The Sun è un disco pieno di ospiti, come li avete scelti?
Joey Burns: Abbiamo diversi amici, che hanno contribuito ai nostri dischi precedenti, artisti come Amparo Sanchez o Sam Beam, ed al principio quelli sono stati i primi nomi che ci sono venuti in mente; inoltre Sergio Mendoza, che suona le tastiere nel disco, ha a sua volta diversi contatti, come Gaby Moreno e altri cantanti messicani, e così ha aperto le porte a nuovi ospiti.

Avete scritto ogni canzone con in mente uno  specifico artista?
J.B.: Da principio, abbiamo composto le canzoni solo con chitarra e batteria, in alcuni casi aggiungendo il basso e le tastiere dal vivo in studio, poi gradualmente hanno cominciato a crescere con l’aggiunta di altri elementi sonori qui e là. Quando è stato il momento di completare i brani con le parti cantate, ci è venuto in mente di coinvolgere Sam Beam per le armonie vocali di Bullets &  Rocks, sicuri che avrebbe potuto aggiungere qualcosa in più alla canzone e così è stato. Quella è stata l’idea da cui è partito l’intero progetto, visto che subito dopo Sergio ci ha proposto di invitare Neko Case per Tapping on The Line. Da quel momento abbiamo pensato di inviare le canzoni ad altri artisti: alcuni hanno risposto, altri ci hanno ignorato, ma la maggior parte ci ha rimandato i pezzi direttamente dal luogo dove vive, evitando di venire in studio: senza dubbio uno dei benefici della rete.

Cosa cercavate a Mexico City che non riuscivate a trovare a Tucson?
J.B.
: Avevamo bisogno di trascorrere del tempo insieme, una condizione che rimanendo a casa è sempre più difficile da realizzare per via dei rispettivi impegni familiari. John viveva in Ohio e ora si è trasferito a El Paso in Texas ed è sempre più problematico lavorare insieme in studio a meno che non si vada in un luogo diverso. Siamo andati in Messico per pianificare il processo di scrittura e per realizzare dei demos e registrare delle idee ancora embrionali. Abitavamo nella casa di un amico di Sergio, dormivamo stipati in un’unica stanza e avevamo a disposizione uno studio di registrazione casalingo.
John Convertino: Stavamo nella stessa stanza, ma non nello stesso letto, io occupavo un angolo, lui un altro. E’ stato divertente perchè dormivamo su dei materassi di gomma messi sul pavimento e ogni volta che qualcuno si muoveva, facevano un rumore terribile, così non vedevi l’ora di alzarti. E’ stato bello, molto rilassante – Joey usciva a correre al mattino – e c’era un’atmosfera comunitaria molto piacevole e anche lo spazio in cui lavoravamo era accogliente.
J.B.: Laggiù, abbiamo maturato un sacco di idee a livello musicale, poi siamo tornati a Tucson e abbiamo pensato di elaborarle, ma in alcuni casi abbiamo preferito utilizzare i demos e le bozze originali perché l’energia era quella giusta e le intuizioni iniziali sembravano più brillanti di quelle concepite successivamente.
J.C.: A volte è molto difficile ri-registrare una canzone quando si è riusciti a coglierne il giusto feeling fin dal principio: Falling From The Sky è un buon esempio al riguardo. Quando siamo tornati a Tucson avevamo intenzione di ri-inciderla, per ottenere un miglior suono di batteria su nastro analogico, ma l’energia impressa alla registrazione originale mi è sembrata nettamente meglio di tutto quanto avessi provato a ri-fare.

Molti musicisti si concentrano esclusivamente sulla propria musica, al contrario sembra che i Calexico siano sempre alla ricerca di nuovi suoni…
J.C.: Joey è una specie di musicologo.
J.B.: Mi piace scoprire musiche diverse e anche la musica del passato. Abbiamo un’ottima stazione radio a Tucson, così come ce ne sono tante nel resto degli Stati Uniti, in particolare NPR, National Public Radio, e i suoi programmi, che spesso sono differenti a seconda della zona in cui è dislocata l’emittente. Nel corso di queste trasmissioni suonano jazz, classica e ogni altro tipo di musica.
J.C.: A El Paso per esempio, c’è un’emittente affiliata a NPR che ha un programma bellissimo di jazz.

Quindi negli Stati Uniti le radio sono ancora un importante mezzo per diffondere musica, ma la gente le ascolta?
J.B.: Certo, quando si va in macchina, tutti ascoltano la radio o sui cellulari. Non credo ci sia nulla di meglio che ascoltare un D.J. della tua stessa città che si rivolge direttamente a te e parla di quanto accade nella tua comunità. Potresti perfino alzare il telefono e parlare con lui, magari dirgli quanto ti è piaciuta l’ultima canzone che ha mandato. Naturalmente, la stazione radio che preferisco è quella locale che si chiama KXCI.org, mettono un sacco di musica della zona, il che è interessante per gli artisti di Tucson, ma trasmettono anche nomi conosciuti a livello nazionale o internazionale: fanno delle session acustiche con musicisti presenti in studio. Quando sono a casa, prima di tutto svolgo il ruolo di padre, così come John e Jacob, non ho molte occasioni per uscire, ma posso sempre contare sulla radio nazionale per le notizie e per la musica, e più in particolare sull’emittente locale per le proposte indipendenti.

L’immigrazione è uno dei temi centrali di questo album e della vostra musica, c’è una ragione per cui vi sentite così vicini a questo  problema?
J.B.: L’immigrazione è considerata un problema, ma al riguardo vorrei evidenziare aspetti positivi che di solito vengono trascurati: in generale siamo tutti affascinati dalle altre culture, perché allora non si può essere più aperti ed accoglierle nella nostra comunità, nel nostro paese? Perchè deve esistere questo pregiudizio? Inoltre l’America è composta da immigrati, io stesso sono nato a Montreal in Canada, i miei genitori sono residenti americani e io ho dovuto firmare dei documenti per diventare un cittadino statunitense. Penso che la storia della gente che si trasferisce non per volontà, ma per necessità, sia terribile e credo che ognuno di noi ci si possa identificare. Viviamo nel South-West e quella storia è predominante nei notiziari così come nelle nostre vite, ma personalmente riesco a vederci degli aspetti positivi. Dove viviamo ci sono stati dei piccoli progressi, vorrei che accadessero in maniera più rapida, anche se ne comprendo la difficoltà vista la complessità del problema, personalmente c’è qualcosa che mi appassiona molto in profondità riguardo a questa questione. A livello globale, la situazione è ancora più estrema negli ultimi tempi, ci sono molti popoli che devono emigrare a causa della guerra.
J.C.: E’ una situazione molto comune qui in Europa dove ci sono molte persone che sono fuggite dalle guerre, ma anche da noi ci sono tanti rifugiati provenienti dal Sud America. Mio figlio gioca a calcio e due ragazzi di origine siriana si sono uniti alla squadra: un giorno stavo conversando con il loro padre che era negli Stati Uniti da appena tre mesi e parlava pochissimo inglese, mi ha mostrato una foto della cucina di casa sua in Siria con le pareti completamente esplose, spiegandomi che quello era il motivo per cui era stato costretto a fuggire. Fortunatamente aveva dei familiari negli Stati Uniti ed è riuscito a portare qui i suoi figli, ad iscriverli a scuola e a fargli avere una vita regolare. Era un ingegnere, una persona del tutto normale che non faceva altro che lavorare per la sua famiglia… incredibile.

Potreste presentare Gabi Moreno e Carla Morrison: sono artiste famose negli Stati Uniti?
J.B.: Gaby Moreno è originaria del Guatemala dove è piuttosto conosciuta, adesso si è trasferita a Los Angeles e l’abbiamo incontrata attraverso la sua etichetta Cosmica Records, che è la stessa di Sergio e della sua band. E’ una cantautrice che usa sia lo spagnolo che l’inglese, una cantante di grande talento, che ha collaborato con decine di artisti. Mentre era in tour, è riuscita a passare in studio ed ha cantato in Beneath the City of Dreams. Di Carla Morrison abbiamo sentito parlare in Messico, dove è molto celebre. Vive a Mexico City e come Gaby, credo abbia vinto un grammy, ricevendo un certo plauso. Carla ha un look piuttosto dark, con un sacco di tatuaggi e lunghi capelli scuri, ma la sua voce è incredibile e anche lei canta sia in inglese che in spagnolo: credo che qualche anno fa, abbia vissuto a Tucson per un certo periodo. Nonostante sia molto impegnata, anche nel suo caso Cosmica Records ha fatto il possibile affinchè partecipasse al nostro disco.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 377 / Aprile 2015

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