Una scena del film.

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Class Enemy, Rok Biček

recensione di Alessandro Leone

Capita spesso che nei grandi festival i film migliori si vedano nelle sezioni minori o parallele. Class Enemy è stato la sorpresa alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia dello scorso anno, presentato nell’ambito della Settimana della Critica, dove ha vinto il premio come miglior film. Probabilmente avrebbe avuto ottime chance di entrare nel palmares del concorso maggiore. La storia è ambientata in un liceo sloveno, dove apparentemente la vita degli adolescenti scorre nella normalità più assoluta. Non certo una scuola di confine situata in quartieri ghetto, lontana anzi dall’immagine che il cinema ha spesso offerto di istituti-parcheggio per un’utenza socialmente e culturalmente deprivata. Quando però in una classe arriva un nuovo severo professore di tedesco, che sostituisce un’insegnante molto amata, si innesca un violento corto circuito: didattico, prima, e umano, poco dopo, quando il suicidio di una studentessa spezza gravemente gli equilibri. Il professor Robert, persona non propriamente empatica, viene additato dai ragazzi come responsabile, colpevole di aver spinto la compagna verso la tragica fine, con un atteggiamento giudicante ritenuto eccessivo. La rabbia è contagiosa. Alcuni leader coinvolgono anche gli studenti più miti in una dichiarazione di guerra verso l’insegnante. Si innesca una caccia al nemico che, tracciando un solco tra generazioni diverse, si mescola a interrogativi esistenziali sulla responsabilità del singolo e del gruppo. Gli stessi studenti sono chiamati ad un’osservazione più profonda della realtà, costretti da Robert a riflettere sulla natura del loro dolore. La ricerca di risposte alimenta altri interrogativi.

In costante bilico tra punti di vista diversi, Rok Biček (classe 1985), senza prendere posizione, accavalla con sorprendente abilità schemi adolescenziali precostituiti a letture filosofiche che pretendono analisi complesse e costruzione di un pensiero maturo. “La rivolta degli studenti contro il sistema scolastico – afferma il regista – è l’immagine riflessa dello scontento sociale globale, che sfrutta ogni (in)giusto motivo per ribellarsi contro le norme vigenti”. Ma il problema di fondo definito in questa vicenda raccontata con incredibile equilibrio, è l’incomunicabilità: tra studenti, coesi forzatamente solo dopo il suicidio della compagna e necessariamente per individuare e condannare il nemico; ma anche e soprattutto tra studnti e adulti, portatori di modelli difficilmente compatibili. L’ipotesi di un suicidio come atto di vigliaccheria o, peggio, come azione punitiva di un singolo nei confronti di chi rimane, scombussola le coscienze e mette in atto una serie di difese modulate sulla paura di scavare fino alle zone meno luminose del proprio essere. Con una regia asciutta e un montaggio perfetto nel definire caratteri ed emozioni (tanti i piani sequenza, mai esibiti, spezzati spesso da inquadrature sui volti espressivi dei giovani attori), Biček, memore della lezione di Michael Haneke, a cui deve la capacità di descrivere la spietatezza del quadro sociale, trasferisce sullo spettatore i termini di una dialettica appassionante, in uno scontro che rischia costantemente di diventare fisico, e dove tutti sembrano avere torto e ragione. Questa impossibilità dello spettatore di prendere le parti di uno qualsiasi dei protagonisti non allontana dalla storia, ma se possibile coinvolge di più. Un miracolo di narrazione, se pensiamo che il regista non ha nemmeno 30 anni. Averne in Italia di esordi al lungometraggio tanto potenti!

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