Edoardo & Stelio, Le registrazioni di Lella

Libri & Cinema

Come Soledad e il Folk (Studio) possono cambiarti la vita

Per un 8 marzo condiviso con la metà del cielo

La recente intervista di Andrea Parodi a Francesco De Gregori, in cui si è fatto un breve cenno all’epica stagione del Folkstudio di Roma, mi spinge a scrivere alcune note su di un libro, Come un respiro interrotto, scritto da Fabio Stassi (Sellerio 2014), in cui il mitico locale di Trastevere è indiretto protagonista.

Il libro racconta la storia di una cantante Soledad (Sole) e usa questa storia come un tool per entrare nella storia dei movimenti alternativi, sia musicali che femministi dell’Italia, dagli anni ’70, fino agli anni 2000, mostrando con empatia il dissolvimento di aspirazioni e sogni, infranti contro dure realtà antagoniste. Il libro contiene in esergo una citazione proprio di Francesco De Gregori, da Atlantide:

Conoscete per caso
una ragazza di Roma
La cui faccia ricorda
il crollo di una diga?
Io la incontrai un giorno
e imparai il suo nome
Ma mi portò lontano
il vizio dell’amore

stassiLa ragazza Sole, protagonista indiscussa del libro, arriva dalla natìa Sicilia a Trastevere, con tutta la sua numerosa e variegata famiglia che impariamo a conoscere attraverso la lettura di questo  libro, a più voci; la sua storia si interseca con quella di Matteo, il suo contrabbassista; il combinato disposto delle due vite non si trasforma però in una storia d’amore, ma forse solo in un’ amicizia basata sulla musica.

L’incontro tra Sole e Matteo (sull’orlo del suicidio) avviene proprio sul palco del Folkstudio:  “Sulla pedana salì Giancarlo, il proprietario, e presentò la serata. Aveva le mani larghe e muoveva l’aria. Del suo locale si raccontavano strane storie… Si diceva… che una volta ci avesse suonato Bob Dylan, ma solo per quindici persone. Esibirsi lì non era difficile. Chi pensava di avere qualcosa da dire, saliva sul legno e vedeva che effetto faceva”. Ed è proprio su quel palco (ormai) mitico che Matteo viene miracolato dalla voce della ragazza: “Se avessi dovuto usare una sola espressione per riassumere quello che stavo provando avrei detto che Sole cantava invisibile, cantava delle note che prima di lei nessuno vedeva ma che tutti, ora, potevano sentire, cantava di sé, di quello che era e che sarebbe stata, cantava la vergogna di vivere, e il destino di Alfonsina e l’ultimo concerto di un giovane contrabbassista, appena conosciuto… Quando calò finalmente su tutto la liberazione di un accordo, mi avvicinai alla sua schiena… Mi hai salvato la vita le dissi tra i capelli. Ma nel chiasso degli applausi, nessuno sentì le mie parole”.

Quello che ci racconta Stassi è una storia in cui la musica entra come apportatrice non solo di bellezza e quella della voce di Sole è assoluta (tanto che lei si rifiuta di registrarla su disco: “Non avevi  mai inciso un disco semplicemente perché non c’era niente, di te, che si potesse registrare. Cantare era solo un altro respiro”), ma anche di salvezza dai fantasmi veri o reali che hanno agitato le nostre vite.

Il libro prosegue in questo lungo peregrinare di Sole, che diviene un vero mito, una cantante che dava a chiunque l’ascoltasse la sensazione di mettere un piede nel vuoto e diventa un omaggio ad una figura di donna che rifiuta di farsi incapsulare in qualsivoglia cliché. La stessa impressione che ho avuto l’altra notte a Milano, sotto la prima nevicata di questo inverno avaro di gelo, quando ho sentito cantare la giovane Fabiana Francesconi; l’eterogenea audience distratta del Club Hidden, ove si esibiva, improvvisamente ammutolì, quando il respiro della sua voce riuscì, miracolosamente, a interrompere il flusso di una quotidianità, che solo allora apparve nella sua reale banalità. Stassi ci conduce, attraverso i concerti e le vicissitudini di Sole, in un excursus dentro la nostra storia recente, con particolare attenzione alle istanze giovanili che, nate sull’onda del ’68, poi  si sono amaramente confrontate  con il terrorismo, con gli scontri di piazza, con le mafie; tant’è che alla fine ritroviamo Matteo espatriato a Quito, in fuga dai suoi vecchi  fantasmi che alla fine ritornano a  chiedere il conto. Anche se: “Era  finalmente troppo tardi per tutto”.

Gran libro, questo Come un respiro interrotto, di lenta e sofferta lettura (non perché la storia non sia avvincente, ma perché tocca corde del cuore che impongono rallentamenti di riflessione e suscita ondate di ricordi), che non può  lasciare indifferenti tutti quelli che hanno vissuto, anche sulla propria pelle, parte delle storie raccontate, come quel resoconto di sabato 12 Marzo 1977, quando Roma venne messa a ferro e fuoco con scontri cruenti tra il movimento e  la polizia.

L’altro collegamento con il Folkstudio mi arriva, con maliarda sincronicità, dalla contemporanea uscita di due dischi di artisti che sono stati legati anche loro al periodo d’oro del locale Trasteverino. Ricordiamo che il locale di Giancarlo Cesaroni vide la nascita dei Giovani del Folkstudio: Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio; vi suonarono anche: Dave Van Ronk, Mimmo Locasciulli, Francesco Guccini, Stefano Rosso, Luigi Grechi De Gregori, Grazia Di Michele, Rino Gaetano, Renzo Zenobi ed il duo Edoardo e Stelio.

Questi ultimi erano Edoardo De Angelis e Stelio Gicca-Palli, due amici di infanzia, che intrecciarono le loro vite artistiche sul palco del Folkstudio, componendo una canzone che ha fatto storia nel cantautorato romano degli anni ’70; sto parlando di Lella, canzone centrata sulla confessione di un femminicidio. I problemi legati a Lella (canzone  romanesca sì, ma peraltro di colta ispirazione, narrando una storia che prendeva spunto tanto da Pasolini, quanto da Gadda) causarono di fatto lo scioglimento del duo e Stelio Gicca–Palli cambiò mestiere, facendo l’avvocato. Edoardo De Angelis intraprese invece una lunga carriera musicale diventando uno dei capisaldi della scuola cantautorale romana, operando anche come produttore e compositore.

I due cantautori hanno pubblicato contemporaneamente due dischi (Helikonia / distribuita da Egea), quasi una estemporanea “reunion” involontaria: Edoardo De Angelis (con la collaborazione di Primiano Di Biase e Marco Testoni) ha registrato – Non Ammazzate Anna; disco che vuole essere un tenerissimo ed appassionato omaggio alle donne, contro la violenza che quotidianamente le vede sopraffatte, con soprusi e prevaricazioni da parte degli uomini o della società. Non ammazzate Anna era un brano contenuto in un disco di Edoardo De Angelis del 1978 e viene ripreso qui con nuovi arrangiamenti. Per il resto vi sono nuove interpretazioni di canzoni che  fanno già parte del suo repertorio, aventi come comune denominatore una figura femminile.

Dice De Angelis: “E’ difficile e doloroso prendere atto del grande, crescente numero di episodi di violenza sulla donna. Che fare per porvi rimedio? … la risposta è anche nelle nostre mani: ognuno di noi, nell’ambito del proprio ambiente deve fornire una testimonianza, una voce” ed è proprio quello che lui fa, con serietà e passione.

Tra gli ospiti del disco, non si può non citare una strepitosa Antonella Ruggiero in Io credo, io penso, io spero, una canzone  scritta per il film Blackout, che è uno dei due inediti dell’album, essendo l’altro, Io sono l’amore, cantata a due voci con la giovane e brava Enrica Arcuri. Tra gli altri ospiti troviamo l’amico Neri Marcorè in Il mondo sta bruciando; Amedeo Minghi in Benedetta ed una folta presenza di ospiti femminili che danno spazio alla figura della “donna” omaggiata dal disco: Lucilla Galeazzi, Annie Robert, Ileana Pozzi, cantanti che arricchiscono un ritratto/tributo a 360° all’“altra metà del cielo”.  Di assoluta eccellenza la costruzione musicale del disco, grazie al supporto delle percussioni di Testoni e del pianoforte di Di Biase che arricchiscono il sound cantautorale di Edoardo che, abbandonata la chitarra, reinterpreta, quasi alla “Randy Newman” le sue più  belle canzoni.

Stelio Gicca Palli, dopo uno iato durato quarantanni,  ritorna a proporsi come cantautore, con un disco, intitolato Corpi Estranei. in cui racchiude storie  di vita (probabilmente sempre la  sua), vissuta in una Caput Mundi che tutti abbraccia, con il suo appiccicoso affetto. Il disco comincia e finisce infatti con l’amata Roma: Piazza di Spagna, alle quattro e  La gente, la città sono due canzoni che cercano di racchiudere  in un ideale loop musicale un universo urbano difficilmente definibile se non con parole d’amore. In mezzo ci stanno storie di passioni, consumate, immaginate, desiderate; proprio come quelle che hanno attraversato, magari troppo di corsa, anche le nostre vite (I mondi di Maria, Moira Conti, Frecciarossa); storie di amicizie (Le battaglie con Piero); di ineluttabilità amorose (Via dei Colli) ed un remake lievemente jazzato della famosa Lella.

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