Recensioni

David Bowie, Blackstar

bowie_blackstarDAVID BOWIE
Blackstar
Sony
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Questa recensione è frutto di un ascolto di Blackstar riservato alla stampa presso la Sony, una procedura attuata nel caso di novità spasmodicamente attese dalle grandi star come David Bowie (il calembour è d’obbligo: Stella Nera per il Duca Bianco). La cartella stampa distribuita è di un solo foglio con mezza pagina occupata dal disegno della Stella Nera e con l’informativa che il brano denominato Blackstar è stato scritto per essere la sigla della nuova crime fiction TV, The Last Panthers. Fine delle informazioni!

La gentile Paola Pascon ci ha altresì detto che la lista con i titoli dei brani non poteva essere diffusa previamente, per disposizioni della casa discografica. Neppure informazioni sui musicisti coinvolti erano disponibili! Per cui noi poveri recensori, comodamente spaparanzati sui rossi divani della sala d’ascolto, ci siamo accinti ad ascoltare questa misteriosa Blackstar, il 28° album di David Bowie, che esce il giorno 8 Gennaio 2016, in coincidenza con il suo 69° compleanno. Ebbene, devo dire che anche questa volta David Bowie e il fido Tony Visconti, confermando che la loro relazione musicale continua alla grande, dopo l’eccellente The Next Day del 2013, sono riusciti ancora una volta a centrare l’obiettivo.

Blackstar è un disco poderoso, pieno di vitalità, innovativo ma saldamente ancorato alla lunga storia artistica di Bowie e soprattutto testimonia una vitalità compositiva che, in qualche caso, sfiora il capolavoro. Si comincia subito alla grande con i dieci minuti della title-track Blackstar, una vera suite jazz-soul – dance-ambient, alla portata solo di artisti come il nostro o di Scott Walker, che è divisa nettamente in due parti. Si inizia con un’intro di batteria spettacolare su cui si innesta una melodia da ballad, con la voce di Bowie tornata ai livelli degli anni ’70 che si poggia su di un sax tenore caldo e grasso che verso la fine si lancia in un’improvvisazione quasi freejazz; il brano sembra finire ma si sviluppa poi in un epico brano spaziale come solo il Duca sa fare, con ritmi quasi dance, con cori favolosi ed echi orientaleggianti donati dagli archi; alla fine rientra il sax che è lo strumento che fa da collante a tutto il disco.

Il testo della canzone è teso, paranoico: “We were born upsidedown (I’m a star-star)/Born the wrong way ‘round (I’m not a white star)/I’m a Blackstar, I’m not a gangster/I’m not a pornstar, I’m not a wedding star/I’m a Blackstar”, non dà un attimo di respiro e ci porta in un mondo dove il nero non ha certo sfumature di grigio. Dopo essere rimasto letteralmente senza fiato, devo dire che il secondo brano, Tis A Pity She Was A Whore (i titoli poi me li sono presi da internet!) che pare tragga ispirazione da una commedia del 17° secolo di John Ford, è decisamente più mainstream, rientrando in un’atmosfera che profuma di Roxy Music, con ritmiche dance e un sax free.

Il successivo brano è Lazarus che verrà utilizzato nel musical di Broadway, dall’omonimo titolo, ispirato al film del 1976, The Man Who Fell On To Earth (L’uomo che cadde sulla terra), che vide impegnato Bowie come attore. Ci troviamo di fronte ad un’avvolgente ballad, scaldata come al solito dal sax tenore e dalla voce del Duca, mentre la base ritmica è trainata da un basso imperioso (alla Joy Division); compare anche nel brano una sezione fiati. Lazarus sarebbe di sicuro un anthem per i futuri concerti, ove Bowie decidesse di tornare sui palchi. La canzone successiva è una stringata versione, più cupa ed elettronica, della già nota Sue (Or In A Season Of Crime) che era sulla compilation Nothing Has Changed, questa musicalità più asciutta è aderente al triste wording della canzone e ne esalta la resa.

In Girl Loves Me il canto di Bowie richiama decisamente il Peter Gabriel del periodo Genesis; canzone asciutta, solo con synth e base ritmica, decisamente atipica rispetto alle altre in Blackstar, il testo pare che sia cantato adottando slang comprensibili solo ai londinesi. Dollar Days è stata composta direttamente in studio, su una chitarra da Bowie, ed è un’altra song di grande impatto sonoro, con un piano all’inizio che introduce il solito ottimo sax, che non finisce mai di sorprendere, con tanto di archi e di cori strepitosi. L’album finisce poi con una bellissima song dal titolo imprecisato, ma che parrebbe essere, dal ritornello, I Can’t Give Everything Away, in cui finalmente si ritaglia un ruolo la chitarra elettrica (uno dei pochi assoli nel disco), trattasi di una vera e propria torch song à la Bowie, con una sorprendente armonica (forse suonata dallo stesso Bowie) che riecheggia alla lontana le “sound-tracks” morriconiane.

Non tutto è superlativo, ma la media è sopra l’eccellenza in almeno 5 delle 7 canzoni; il mio suggerimento è: ascoltate il disco come fosse un tutt’uno, per gustarne appieno la completezza. Ascoltate come canta Bowie in questo Blackstar e ci ritroverete il Duca che avete sempre desiderato sentire, al massimo della forma; se a questo aggiungete anche che il livello compositivo non fa che confermare le risultanze di una gloriosa carriera ormai cinquantennale; il tutto miscelato da un maestro del suono e super produttore come Tony Visconti che si è circondato di musicisti jazz superlativi; come conclusione, non potrete che godervi questo disco dalla prima all’ultima nota.

La registrazione è perfetta, grazie anche all’innovativo sistema adottato, l’ADT (Automatic Double Tracking) che valorizza alla grande la voce di David Bowie. Il disco è stato registrato in tre sessions nel 2015 al The Magic Shop Studio di NY; l’onnipresente sax è quello del jazzista Newyorkese Donny McCaslin (già con Gil Evans e Gary Burton e con una decina di album alle spalle), che ha dietro di sé il suo gruppo: Tim Lefebvre (che milita pure nella Tedeschi-Trucks Band) al basso, Mark Guiliana alla batteria, Jason Linder tastiere e Ben Monder alla chitarra, mentre James Murphy (produttore degli Arcade Fire ed ex-leader degli LCD Soundsystem) si occupa delle percussioni in un paio di brani. Il final master mix è stato poi curato da Tom Elmhirst all’Electric Lady Studio, con la collaborazione di Bowie e di Visconti.

David Bowie aveva già incontrato Donny McCaslin perché il sassofonista suonava con l’Orchestra di Maria Schneider che aveva collaborato nel 2014 proprio per incidere Sue; fu proprio la Schneider a suggerire a David di utilizzare la band jazz di Donny. Nel Gennaio 2015 Bowie, in incognito, si recò nel club dove suonavano i jazzisti (il 55 Bar) e da lì nacque l’idea di utilizzarli nel nuovo disco, inviando una mail ad uno stupito McCaslin. La novità quindi consiste nel fatto che Il Donny McCaslin Quartet interpreta le nuove canzoni di David Bowie (che nel frattempo aveva ascoltato il rapper atipico Kendrick Lamar, recuperandone il senso di apertura verso altri suoni) con un approccio jazz dedicato a canzoni rock. Pare altresì che i brani siano stati registrati in studio con tutti i musicisti insieme, senza eccessivi over-dubs, solo qualche affinamento proposto da Bowie o da Visconti; il tutto con un Bowie particolarmente ispirato che arrivava in studio già con dei nastri su cui aveva inciso le basi delle sue nuove canzoni.

Un lavoro corale quindi e si sente che si è creato in studio un feeling compositivo che conduce questo Blackstar a vette siderali raggiunte da dischi più sperimentali come Station To Station, pur mantenendo un coefficiente di estrema piacevolezza, a testimonianza che il genio compositivo di Bowie ha evitato appesantimenti intelletualoidi, anche se i testi lasciano trasparire l’assoluta cupezza del momento attuale (vissuta anche dal rock!).

Questo articolo compare su Buscadero n. 385 / Gennaio 2016.
La recensione è stata scritta qualche settimana prima della morte di David Bowie.

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