Recensioni

David Gilmour, Rattle That Lock

david_gilmour_rattle_that_lock_18_septDAVID GILMOUR
Rattle That Lock
Columbia Records
****

E’ sempre difficile per un critico rock attempato (come il sottoscritto) confrontarsi con dischi di artisti come David Gilmour; il suo trascorso tra i Pink Floyd ne delimita obbligatoriamente i confini musicali e i riferimenti ai capolavori della casa madre rimangono sempre nell’aria, detti o non detti. Poi l’ascolto in streaming, per di più limitato nei giorni d’ascolto, è sempre frustrante e lesivo della dignità professionale dei giornalisti musicali che non penso siano proprio tra i fautori di una diffusione selvaggia delle novità discografiche in barba ai copyright.
Ma tant’è e, sia pur con opportuna cautela, mi sono accinto alla bisogna dell’ascolto (in cuffia, per captare meglio le sonorità); il risultato è stato sorprendente: mi sono ritrovato all’ascolto di un disco che, secondo il mio personale parere è l’ideale prosecuzione di Dark Side Of The Moon!

Bello, fin dalla grafica della cover-art (curata da The Creative Corporation, sotto la supervisione di Aubrey Powell di Hipgnosis), cupa, misteriosa e rimembrante The Raven di Edgar Allan Poe. Ma è la musica ovviamente a stupire; meglio a confermare quei suoni che un vecchio amante delle sonorità perfette dei Pink Floyd si aspetta. Ebbene in Rattle That Lock le ritrovo tutte, perfettamente registrate (i millenni non sono passati invano).

L’iniziale 5 A.M. e la finale And Then, sono due lenti strumentali da favola, messi lì a dimostrarlo, con attacco acustico nel primo brano ed atmosfere più dilatate nel secondo, ma in ambedue la chitarra elettrica di Gilmour riesce ad esprimere quella poeticità di suono magico che tutti ci aspettiamo dalla sua chitarra. Certo mi direte voi; è tutta un’operazione commerciale, tesa a riproporre pedissequamente quelle sonorità che fanno gongolare tutti: dalla massaia, al manager, dal fricchettone, alla nonna. E’ vero, sono sicuro che è così, ma questi brani valevano comunque la spasmodica attesa di anni e confermano la forza esecutiva di un interprete che non ha mai cercato l’effettismo di maniera a tutti i costi in prodotti “vuoti a perdere”; mi spiace quasi riconoscerlo, ma qui c’è classe da vendere; lo testimonia anche la rarefazione delle uscite soliste di Gilmour.

Anche il terzo strumentale, Beauty (nomen omen!) è bellissimo, pare un brano perfetto per una sound-track, introdotto da un’armonica degna di un film di Sergio Leone, con organo, piano e chitarra che disegnano una nebbia sonora che si dirada man mano, nell’attesa spasmodica della nota successiva, come solo Gilmour sa fare.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 381 / Settembre 2015

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