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Desert Blues: Talking Timbuctu e l’eredità di Ali Farka Touré

Come raccontava Jas Obrecht, un giornalista la cui dedizione per la musica è già tutta un’altra storia, Ry Cooder e Ali Farka Touré si sono incontrati per la prima volta a Londra nel 1992. In quell’occasione AFT si presentò con il liuto a una corda che suonava da bambino e colpì subito Ry Cooder: “Ali Farka (Touré) è un uomo carismatico, pieno di forza e di energia. Il suo entusiasmo è feroce, lo puoi sentire vibrare quando gli sei vicino e qualsiasi cosa funziona e va avanti. E’ come se fosse il capo del villaggio. Quando arriva ed entrare in una stanza è come se rimescolasse tutte le molecole nell’aria.”

Ry Cooder era Ry Cooder già da un bel pezzo e il bambino che armeggiava con una corda era ormai diventato uno dei più importanti musicisti africani, ormai con una solida reputazione anche fuori dai confini africani, comprensiva di una mezza dozzina di album, tra cui l’imperdibile The River. Oltre alla musica, c’è l’eco di un intero continente che Ryszard Kapuściński raccontava così in Se tutta l’Africa (Feltrinelli): “L’Africa ora buffa, ora minacciosa, ora triste, ora incomprensibile, è sempre stata autentica, irripetibile, se stessa. L’Africa ha un suo stile, un suo clima, una sua individualità che attirano, incatenano, affascinano”.

L’incontro, per funzionare, deve avere valore reciproco e biunivoco, e Talking Timbuktu nasce e cresce proprio grazie a un confronto, per una volta, alla pari. Non era la prima delle numerose esplorazioni di Ry Cooder, che merita di essere seguito in ogni sua divagazione, solo che nell’occasione si è assunto il compito di tradurre, di interpretare dal punto di vista musicale, la lingua di Ali Farka Touré. Un lavoro maturato nel deserto americano di Los Angeles più che nel Sahara. Una contraddizione solo in apparenza: Talking Timbuktu è, a tutti gli effetti, più un disco di Ali Farka Touré che di Ry Cooder, ma in fondo vale più di ogni altro aspetto l’equilibrio, come vengono condensate le rispettive influenze, come i confini sono stati superati e/o rispettati.
In questo Talking Timbuktu è una pietra miliare. Ry Cooder, nell’assolvere il compito di anfitrione, si fa accompagnare da alcune eccellenze come John Patitucci al basso e Jim Keltner alla batteria e Clarence Gatemouth Brown alla chitarra e al violino (oltre al figlio Joachim Cooder alle percussioni, nonché Hamma Sankare e Oumar Touré). La musica è il vero traduttore simultaneo perché tra dialetti, gerghi e idiomi assortiti, AFT cantava in undici forme linguistiche diverse e le session di Talking Timbuktu sono frutto di una spontaneità, di un feeling e di una disponibilità all’incontro e alla musica che nasce dall’assunto, come raccontava Ry Cooder, “che nessuno diceva a nessun altro cosa o come suonarlo”, ed è così che dovrebbe andare (sempre).

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 380 / Luglio – Agosto 2015

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