Foto: Lino Brunetti

In Concert

Destroyer live a Milano, 8/11/2015

C’era un Biko non pienissimo ad accogliere la data milanese dei Destroyer di Dan Bejar, il che è un peccato, specie se considerata la brillantezza del recente Poson Season.

Ad aprire la serata ci aveva pensato la cantautrice canadese Jennifer Castle, due album per lei su No Quarter, con una mezz’ora in soltario di cantautorato al femminile, dalle tinte sostanzialmente folk, sfiorante un Dylan d’annata, ma nell’insieme piuttosto nella norma.

Ben altra cosa la proposta dei Destroyer. Stipati sul piccolo palco del Biko, oltre al titolare della formazione Dan Bejar – cantante e, vi ricordo, anche membro dei New Pornographers – c’erano la bellezza di due chitarristi, un tastierista, bassista, batterista, un sassofonista ed un trombettista. Un sound sontuoso, potente e ricco di sfumature, come doveva in effetti essere per poter riprodurre sul palco il tessuto strumentale delle nuove canzoni.

Ed è proprio sui brani di Poison Season, da cui sono arrivate sette canzoni delle tredici eseguite, che l’ossatura dello show è stata costruita, a partire dalle melliflue ed intime atmosfere di Bangkok con cui hanno aperto. Bejar è parso un tipo veramente timido ed introverso, sempre ad occhi chiusi, nessuna parola al pubblico se non un paio di sussurati “thank you”, rannicchiato su se stesso nei momenti in cui non era tenuto a cantare. Se come frontman non si può dire che sia il massimo, per fortuna a sancire la riuscita della serata ci hanno pensato le sue splendide canzoni da una parte ed il lussureggiante vigore della band dall’altra.

Un suono denso e variegato, in cui il Bowie dei settanta va a braccetto con una sorta di musical di Broadway in versione rock, dove il tono intimista della voce si scontra col ribollente portato di chitarre e fiati torbidi e dove la sezione ritmica picchia potente e dinamica (qui, dietro le pelli sedeva Joshua Wells dei Black Mountain). Pezzi che sembrano già dei classici come Times Square, Forces From Above, Dream Lover, ballate da musical come Girl In A Sling o semplicemente bowiane come Hell, si sono alternate a pezzi più vecchi, per la maggior parte tratte da Kaputt (Chinatown, Poor In Love, Savage Night At The Opera, la stessa Kaputt), dando vita a sonorità pulsanti ed eccitanti, pure insolite rispetto a quello che si sente di solito in club come questo da una band indipendente. L’unico appunto è per la breve durata – un’ora e un quarto, senza il solito encore – ma per il resto grandi!

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