Recensioni

Elvis Presley, That’s The Way It Is – Deluxe Edition

Presley Elvis

ELVIS PRESLEY
That’s The Way It Is – Deluxe Edition
8CD+2DVD, Sony Legacy
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Ai tempi della sua uscita ufficiale, verso la fine del 1970, That’s The Way It Is sembrò subito uno degli oggetti più strani, e nonostante l’indubbia qualità del contenuto discutibili, di una discografia già intricata e confusionaria come quella di Elvis Presley. Si trattava infatti del 40mo album del Re del Rock’n’Roll, ma, benché venisse promosso come corrispettivo audio dell’omonimo film-concerto, incentrato sul «Summer Festival» tenuto dall’artista, lo stesso anno, negli alberghi di Las Vegas e diretto a sorpresa dal non espertissimo Denis Sanders, non era una vera e propria colonna sonora; inoltre, ancorché spacciato per testimonianza di un concerto, di tracce dal vivo ne conteneva soltanto quattro (registrate in giugno presso la showroom dell’International Hotel), essendo invece le altre otto scaturite dalla stessa maratona d’incisioni al leggendario RCA Studio B di Nashville dalla quale sarebbero poi stati tratti, nel giro di sette mesi appena, il capolavoro Elvis Country (I’m 10’000 Years Old) e l’infinitamente meno efficace Love Letters From Elvis, ambedue mandati nei negozi durante il 1971. Se all’epoca That’s The Way It Is poteva apparire, anche a causa della cesura abbastanza netta fra brani in studio e repertorio live, il disco di transizione di un artista sì tornato a ruggire, poche stagioni prima, con la stessa grinta d’inizio carriera (in occasione del celeberrimo «’68 Comeback Special» trasmesso dalla NBC), ma in fondo ancora indeciso tra la scelta di recuperare l’urgenza rock’n’roll degli esordi e la tentazione di tuffarsi senza rete nel patinato entertainment di fatto prevalente nel corso dei Settanta, l’incredibile operazione oggi messa in campo dalla Legacy per riportare il prodotto al suo effettivo splendore consente di apprezzare un intrattenitore straordinario al vertice della propria espressività, in grado di estrarre il meglio da entrambe le sue anime – quella del rock’n’roller ancora selvatico e quella del crooner alto-borghese – per travolgere gli spettatori con scariche ininterrotte di adrenalina, romanticismo, enfasi operistica e populismo country.

La prima ristampa del disco, in una «Special Edition» tripla (comprensiva della rimasterizzazione del prototipo, varie outtakes di studio e l’intero concerto del 12 agosto 1970), ha visto la luce nel 2000, otto anni dopo integrata da un altro allestimento dello stesso titolo, stavolta doppio, targato Follow That Dream – l’etichetta specializzata in operazioni di filologia presleyana – e impreziosito da ventotto takes alternative di diversa fonte. Del 2012, sempre sotto l’egida della FTD, è la versione in doppio lp, un cadeaux da collezionisti, mentre il box pubblicato in queste settimane, per i meno abbienti (o meno maniaci) disponibile anche in una doppia «Legacy Edition» messa in vendita a prezzo speciale, allinea la scaletta originaria dell’album, le versioni dei brani (tra cui lo strepitoso singolo d’epoca Patch It Up, eccezionale roots-rock in netto anticipo sui tempi) affiorate su 45 giri, i loro lati B, ben sei esibizioni integrali (ossia i «Dinner» e «Midnight Shows» di Vegas compresi tra il 10 e il 13 agosto del 1970) e, su due distinti dvd (per un totale di dieci dischi), la prima versione del film That’s The Way It Is e il suo restauro del 2001, impeccabile e arricchito da numerose featurettes anche se, a dirla tutta, i filmati d’epoca, con la fotografia granulosa, piena di contrasti, cupa e tremolante del grande Lucien Ballard (proprio il responsabile delle luci violente e polverose dei film di Sam Peckinpah), conservano un fascino impareggiabile.

In totale, 9 ore di musica (!) spalmate su 156 pezzi, 21 di questi mai sentiti prima d’ora, neppure nelle enciclopediche presentazioni della FTD, prodotti dal solito Felton Jarvis e interpretati dalla crema dei turnisti attivi tra Nashville e dintorni (oltre che da collaboratori abituali di Elvis come James Burton, Norbert Putnam, Jerry Carrigan, Charlie Hodge, Charlie McCoy e David Briggs) in un flusso entusiasmante di vampate r’n’r, sontuose ballate pop recuperate dall’epopea del Brill Building e accorati medaglioni countryrock. Dove il That’s The Way It Is primigenio peccava di uniformità, e di un’uniformità tendente alla svenevolezza, questo nuovo esemplare dell’album costringe l’ascoltatore a concentrarsi sulla mostruosa versatilità del Presley performer, credibile e coinvolgente nel country-soul fangoso di Polk Salad Annie (Tony Joe White) come nel gospel solenne di una Bridge Over Troubled Water (Simon & Garfunkel) destinata a trasformarsi in icona a sé stante, nel tumulto rockinrollista dei concerti racchiusi nei cd dal vivo (con le zampate sempre graffianti di That’s All Right, I Got A Woman, Hound Dog, Heartbreak Hotel, Blue Suede Shoes, All Shook Up e consorelle dirompenti, fino all’apoteosi, il 12 agosto, di un medley corrosivo tra Tiger Mane Mystery Train) come nell’artigianato pop-folk di Neil Diamond (Sweet Caroline), nelle serenate più dolciastre (è lo stesso Elvis a introdurre Twenty Days And Twenty Nights dicendo di non apprezzarla troppo) come nello swing in salsa western di una Ghost Riders In
The Sky rintracciabile, assieme a una parodistica Froggy Went A-Courtin’ e a una tostissima What I’d Say, nei riscaldamenti compendiati sull’ottavo disco. Al di là dell’innegabile dimensione mercantile (sostenere che nel programma qui in esame sia tutto indispensabile sarebbe
un’iperbole), iniziative come quella di That’s The Way It Is, o dell’altrettanto sfarzoso Young Man With The Big Beat (2011), rappresentano prima di ogni altra cosa una commemorazione dai toni elegiaci: ascoltarle significa tornare al tempo irripetibile di un artista mai più avvicinato nell’amore per la musica, nel piacere di suonare, nella naturalezza spettacolare dell’interpretazione. Era un secolo fa, ma sembra ieri.

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