In Concert

Feist live a Milano, 31/7/2017

“…I finali migliori sono quelli che contengono un nuovo inizio…” sosteneva l’appena scomparso Sam Shepard e non si può che condividerne il pensiero dopo aver assistito al concerto di Leslie Feist, ultimo appuntamento del Festival TRI.P., rassegna estiva collocata nella splendida cornice de La Triennale di Milano. L’entusiasmo suscitato dalla performance della brava artista canadese infatti non può far altro che alimentare le speranze riguardo la continuità dell’esperienza scaturita dalla collaborazione tra La Triennale e Ponderosa Music & Arts, vista la meraviglia della location e la qualità di un calendario privo di nomi da classifica (forse Feist era il personaggio di maggior prestigio in questo senso), ma zeppo di proposte interessanti ed artisti fuori dall’orbita comune come Kurt Vile, che ha inaugurato il festival o Arto Lindsay, che ha decidamente stupito con un’affascinante ed originalissima miscela di musica caraibica e rumoristico feedback.

In verità, nemmeno Feist è quello che si direbbe una pop star, perchè sebbene nella sua musica non siano mancati quei ritornelli e quei coretti capaci di scalare le classifiche, il suo ultimo lavoro di studio Pleasure ne è del tutto privo e propone invece canzoni piuttosto spoglie, pensieri profondi e traiettorie musicali al limite dell’avanguardia, per questo forse gli organizzatori hanno pensato di spostare quest’ultimo evento dagli esterni dei Giardini alla sala del Teatro dell’Arte, dove è stato possibile apprezzare ogni dettaglio strumentale e ogni sfumatura della proposta della cantante.

Indossando uno sgargiante ed elegantissimo abito da cerimonia color porpora, Feist si presenta sul palco accompagnata da basso, batteria e da un multistrumentista che si occupa di chitarre, violino, percussioni e tastiere, per cominciare lo spettacolo con la vaga aura glam di Pleasure, la prima traccia del suo ultimo album, che nella prima parte della serata riproporrà per intero ed in esatta sequenza, muovendosi tra morbide confidenze folkie e ruvido rock’n’roll pjharveiano.

Spesso Feist parte dal basso con qualche accordo di chitarra acustica ad accompagnare i sussurri di un canto intensissimo e mai così ispirato, ma gradualmente i sussurri diventano acuti, le canzoni crescono e si riempiono di rulli di tamburi, linee di basso, arie di violino o lievi brusii elettronici, intrecciando l’incanto di una fantastica ballata folk come Baby Be Simple, la malinconia bluesy di una splendida I’m Not Running Away, la nevrastenia quasi punk di Century e il malessere grungy di una livida Lost Dreams. Dividendosi tra chitarra acustica ed elettrica, Feist continua a dividersi tra numeri da scatenata rockeuse, ballate da sognante folksinger e gorgheggi da raffinata vocalist, rivisitando un repertorio che allinea tra le altre una grandiosa e tribale Sealion, la ritmica My Moon My Man e la melodica Feel It All, per concludersi con la spensieratezza di un successo come 1234, riarrangiato in modo da spogliarlo di qualsiasi intuizione pop si potesse scorgere nell’originale.

Per chi aveva poca confidenza con il personaggio come il sottoscritto, il concerto di Feist è stata un’autentica rivelazione, per tutti quelli che in platea ne cantavano le canzoni a squarciagola una semplice conferma dello straordinario talento dell’artista: in ogni caso 2 ore e 15 minuti circa di grande musica.

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