Recensioni

Filthy Friends, Invitation

Filthy FriendsFILTHY FRIENDS
Invitation
Kill Rock Stars
***1/2

Oltre a non aver mai pubblicato un disco autenticamente sbagliato in tutta la loro carriera, tutt’al più minore, essersi sciolti per non rischiare di diventare patetici e aver sempre pensato solo ed unicamente alla bontà della loro musica, i musicisti che componevano i R.E.M., anche dopo la separazione, hanno continuato a mantenere un profilo bassissimo, continuando a lavorare nel mondo della musica, ma ben lontani dai riflettori, cosa a dir poco insolita per delle super star. L’esempio maggiore ci viene da Peter Buck, che dei R.E.M. era il chitarrista, che non solo a più riprese ha espresso il suo disprezzo per tutto ciò che gira attorno al music business, ma anche quando si è trattato di esordire da solista lo ha fatto pubblicando i suoi album sulla piccola Mississipi Records e solo in vinile (tre dischi finora, a partire dal 2012).

A parte suonare con Minus 5 e altri, tra cui i Jayhawks, quest’esordio dei Filthy Friends è pertanto forse la cosa più in vista pubblicata dal chitarrista in proprio nel post R.E.M.. Più in vista quantomeno per gli appassionati di musica, perché qui di glamour ce n’è ben poco e solo di musica appunto trattasi. A fianco di Buck, ovviamente alle chitarre, qui come partner principale troviamo Corin Tucker delle Sleater-Kinney alla voce, con la quale ha scritto i vari pezzi. La band è poi completata da Bill Rieflin, Scott McCaughey e Kurt Bloch, mentre delle registrazioni se ne è occupato Adam Selzer dei Norfolk & Western.

Le 12 canzoni contenute in Invitation sono un trionfo di chitarre elettriche, ritmi propulsivi, grandi melodie, indie-rock e power-pop (soprattutto). Sleater-Kinney e R.E.M. vengono ovviamente evocati a più riprese ascoltando queste canzoni: le prime, ad esempio, a partire da quella svettante Despierta messa in apertura, con dentro anche qualcosa della Patti Smith più vigorosa, oppure nella rude No Forgotten Son; i secondi in vari passaggi chitarristici, ma soprattutto in due canzoni straordinarie quali Faded Afternoon e Any Kind Of Crown. Se da un lato questi luridi amici non ci hanno provato granché a tentare di fare qualcosa di un po’ originale all’interno dei generi prescelti, preferendogli (e non è comunque poco) freschezza ed immediatezza, c’è almeno da dire che la Tucker ha approntato approcci vocali diversificati, che ben di rado ha modo di utilizzare con la sua band di provenienza, mettendo assieme un gran bella collezione di melodie; mentre Buck ha allestito un campionario di riff, assoli e svisate tali da costringere a consigliare l’album a chiunque abbia ancora un sussulto nel sentire vibrare una sei corde elettrica.

Volendo sottostare alle logiche plasticose del music business e dei trend musicali, questo sarebbe un disco “minore”. Ma se il rock è ancora, o almeno così dovrebbe essere, una questione principalmente di pancia e non di somme algebriche e pippe intellettuali, allora non si può far altro che gioire di fronte a questo invito, da noi accettato con convinzione.

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