Recensioni

Guy Clark, An American Dream: 4 Classic Albums 1978-1992

Guy Clark_An American DreamGUY CLARK
An American Dream: 4 Classic Albums 1978-1992
Raven 2CD
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Fa una certa impressione ascoltare quaranta canzoni di Guy Clark racchiuse in due singoli cd. Impressiona e lascia ammirati, e non perché il loro autore sia giunto finalmente al genere di consacrazione necessario a stimolare questo tipo di operazioni (Clark viene considerato un classico fin dai tempi del suo esordio, l’indimenticabile Old No.1, targato 1975). Il fatto è che un simile riassunto di brani, a gruppi di dieci provenienti da quattro diversi album del nostro, l’omonimo Guy Clark (il terzo album della carriera, nell’anno 1978), i successivi The South Coast Of Texas e Better Days (rispettivamente del 1982 e 1983), nonché il meno stagionato Boats To Build (1992), dimostra senza possibilità di equivoci un rigore, uno spirito artigiano del comporre, un’eleganza naturale del gesto e una felicità d’invenzione melodica a dir poco rari, se non introvabili, nel panorama della canzone d’autore contemporanea. Dei quattro dischi dell’artista, nato a Monahans, Texas, settantadue anni fa, e nei ’70 trasferitosi poi, in compagnia della moglie Susanna (scomparsa due stagioni orsono), prima a San Francisco, in seguito a Los Angeles e infine, in via definitiva, a Nashville, dove alterna (o sarebbe meglio dire intreccia) la professione di songwriter a quella di liutaio, antologizzati in An American Dream: 4 Classic Albums 1978-1992, l’eponimo Guy Clark (ristampato nel 2010, per i fatti suoi, dalla American Beat) e The South Coast Of Texas sono forse i meno personali, album di transizione in cui è evidente le sforzo dell’ospite e produttore Rodney Crowell di rendere più potabile, presso il grande pubblico, lo stile austero del titolare, applicazione meglio sfruttata, sempre da Crowell, in un Better Days invece rockeggiante, perfetto contraltare del Boats To Build (saltato quindi il 1988 di Old Friends) utilizzato come splendida introduzione al suono elettroacustico, barricato, profumato di legno, romanticismo virile e narrazioni laconiche che frutterà capolavori quali Dublin Blues (1995) o The Dark (2002). La qualità individuale dei lavori in esame, tuttavia, conta relativamente poco, perché, trovandoseli di fronte uno in successione all’altro, a colpire è più di ogni altra cosa la voce unitaria che li percorre tutti e quattro fino agli ultimi episodi, ossia la sofferta ballata folk Madonna W/ Child Ca. 1969 e il country-blues ironico della movimentata Must Be My Baby, entrambe illuminate dal mandolino filologico e coltissimo di Marty Stuart. In ognuno dei quaranta capitoli qui allineati, l’interminabile romanzo americano di Guy Clark, nella nuova versione roots-rock di Rita Ballou come nella sconfinata desolazione country di The Partner Nobody Chose o She’s Crazy For Leavin’, nelle severe cadenze folk della commossa Randall Knife come nel travolgente fuoco d’artificio honky-tonk di Blowin’ Like A Bandit (con la fisa inconfondibile di Johnny Gimble, membro storico dei Texas Playboys di Bob Wills), parte sempre dalla materia prima – povera, arcaica, epigrafica – del country, del blues e del folk delle origini per trasformarne i tratti somatici in un dialogo drammatico, di intensità assordante, con la vita e l’esperienza, riuscendo ogni volta a ritornare, reinventandolo, al nucleo primordiale della musica delle radici, a uno spazio narrativo e mitico nel quale i componimenti dell’artista, inevitabilmente scarni e dolenti, arrangiati senza un ornamento di troppo, risuonano come riflessioni di prima grandezza sulla fragilità della natura umana. Così, la nostalgia folk-rock dell’autobiografica The Houston Kid, la perfezione country-pop della briosa Crystelle (in duetto con Rosanne Cash), l’epica western di The Carpenter, il valzer elegiaco della deliziosa Tears, il country sfumato di blues in Baton Rouge o quello elettrificato nella pungente How’d You Get This Number, la slide straziata di Jerry Douglas su Boats To Build e le scariche hillbilly di Picasso’s Mandolin (scritta a sei mani con Radney Foster e Bill Lloyd), senza dimenticare i frequenti omaggi all’amico Townes Van Zandt (sue Don’t You Take It Too Bad e No Deal), concorrono all’ordinamento di un continuo andirivieni tra ricordi di giovinezza e osservazioni sull’età adulta, in un corpo a corpo di rara intensità tra i rintocchi delle corde di chitarra e i singhiozzi della pedal-steel, tra il soffio di un’armonica e l’eco solitaria di un dobro. Andrebbero studiate all’università, le canzoni di Guy Clark: senz’altro non stupirebbe, in futuro, vederne analizzati i testi in un corso di letteratura. Per il momento, comunque, è meglio che oggetti come An American Dream: 4 Classic Albums 1978-1992 finiscano, anziché negli atenei, nelle case degli appassionati. Ai quali se non altro regaleranno, assieme a un bel numero di ritornelli memorabili, la sensazione di possedere un tesoro.

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