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J.J CALE
TO TULSA AND BACK Emi
Voto: tre stelle e mezzo DISCO SEGNALATO

Ho sempre nutrito simpatia per J.J Cale e la sua filosofia di vita: rari concerti e per di più vicino casa, rarissime interviste, un album ogni quattro/cinque anni se non di più, nessuna frenesia del successo, solo un tranquillo e quieto vivere nella propria fazienda ai bordi del deserto californiano, contornato da animali, spero qualche donna e da un lento incedere della vita. Tutto ciò per gentile concessioni delle royalties che gli vengono recapitate una volta all’anno per Cocaine, After Midnight e Call Me The Breeze (tra poco anche Magnolia visto che fa da sfondo a uno spot per climatizzatori) e pagano le spese di questa esistenza riservata, a contatto con la natura e lontano dai fastidi e dal chiasso di un mondo che il vecchio Cale ha messo alle porte.
Unica variazione di questa slow life sono i momenti in cui Cale si imbuca in uno studio di registrazione per dare alle stampe un nuovo disco. Che sono invariabilmente uguali dal primo all’ultimo, con qualche eccezione per quelli incisi negli anni ’70 (i migliori ovvero Naturally, Troubadour, Okie, Five) grazie alla presenza di qualche canzone memorabile (quelle delle roaylties appunto) e per quelli degli anni ’90, dove dietro qualche tentativo di modernizzazione si celava invece un po’ di stanchezza.
Il Live del 2001(dedicato al suo fedele produttore e amico Audie Ashworth scomparso in quei giorni) ha dato una scossa al vecchio J.J e To Tulsa and Back segna il ritorno ai suoi paesaggi sonori dolenti e pigri, a delle canzoni semplici e affascinanti, fatte con poche ingredienti e cantate quasi distrattamente con un filo di voce avvolgente. Il menù è il solito ma questa volta il cuoco si è impegnato di più e allora la sua miracolosa alchimia di blues, country e jazz delle origini emana un sapore fresco e avvincente.
Non è musica che scuote o fa sobbalzare quella di J.J Cale, la sua cocaina rilassa non eccita, le sue canzoni mettono addosso una sana indolenza, una predisposizione all’ozio che è uno stato di grazia, un oppio per sensi e mente. Semplicità e calore, arrangiamenti misurati, strumenti intrecciati con abilità, un gioco di sottrazioni che ha l’effetto di dondolarvi piacevolmente in una dolce ipnosi ritmica chiamata laidback.
To Tulsa and Back è nello stile classico del miglior J.J Cale, un suono relaxin’ e smooth, corde appena pizzicate, strumenti che quasi non si sentono eppure è una piccola orchestra quella che suona con tanto di piano, violino, armonica, basso, batteria, tastiere. La voce scivola come fosse un caldo borbottìo, le atmosfere sono dolenti e sudiste, l’impressione è quella di avere davanti un cowboy che suona del blues nella veranda della sua fattoria davanti a un tramonto da west.
Musica per vagabondi della mente e dell’anima, un country-blues pigro e fuori dal tempo, immacolato e classico. Eppure J.J Cale ha lasciato una impronta indelebile nel rock, ne sanno qualcosa Eric Clapton e Mark Knopfler e altri come The Band, Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, Johnny Cash, Santana, Captain Beefheart, Deep Purple si sono serviti delle sue canzoni.
To Tulsa and Back arriva dopo otto anni dal suo ultimo disco in studio (Guitar Man) e come il titolo suggerisce è un ritorno alle origini e alle radici ovvero a Tulsa, la città dell’Oklahoma che lo ha visto nascere e crescere, contornato dal blues, dal country e dal jazz. Elementi, questi, che caratterizzano in modo evidente il nuovo disco, un lavoro che è nato a contatto coi vecchi amici musicisti di Tulsa con cui tanti anni fa Cale iniziò a suonare nei bar e nei locali della città.
Suonare insieme è stato per l’artista rigenerante, è stato come guardarsi indietro e ritrovare entusiasmo. Nonostante in sala di registrazione non ci fossero persone con meno di sessanta anni, le nuove canzoni suonano fresche e vive e tutto il disco emana passione e convincimento, molto più che nei dischi della decade passata.
Laidback nel suo formato migliore, dei blues scorrevoli come treni e qualche ballata che suona come un elogio della lentezza, calore e sentimento ma anche le raffinatezze di un combo che si muove in punta di piedi tra swing e bluegrass, canzoni che parlano dei soliti soggetti alla Cale (My Gal, Chains Of Love, Blues For Mama, Rio, These Blues) oltre a un timido azzardo sociale e politico (Stone River, Homeless e The Problem).
Fedele a sé stesso, J.J Cale non tradisce la sua indole e il suo mondo: To Tulsa and Back è il suo miglior disco in studio da parecchi anni a questa parte.

 

di Mauro Zambellini