Recensioni

Houndmouth, Little Neon Limelight

houndmouthHOUNDMOUTH
Little Neon Limelight
Rough Trade
***½

A memoria, ma posso sbagliare, non era mai capitato che la Rough Trade – la storica etichetta albionica di Smiths, Scritti Politti e Pop Group – ospitasse e promuovesse un gruppo così americano come quello composto da Matt Myers (chitarre), Katie Toupin (tastiere), Zak Appleby (basso) e Shane Cody (tamburi), ossia gli Houndmouth da New Albany, Indiana. Ma tutto, con la friabilità di stili e confini portata in dote dalla musica nell’epoca del suo consumo liquido, è ormai una continua sorpresa, perciò, in fondo, l’apparente dicotomia sottolineata poc’anzi non dovrebbe stupire più di tanto e, anzi, semmai rallegrare, perché al di là di tutti i nostri pregiudizi e piccoli o grandi fanatismi, la libera circolazione di canzoni di levatura simile rappresenta un evento positivo per chiunque.
Registrato in presa diretta in quel di Nashville, sotto la supervisione del produttore Dave Cobb (già dietro ai cursori negli ultimi album di Jason Isbell e Sturgill Simpson), Little Neon Limelight amplifica il linguaggio del suo già perfettamente compiuto predecessore – il debutto From The Hills Below The City (2013) – introducendo qualche elemento di irregolarità, piccoli tagli obliqui e punkeggianti, spazi di respiro sufficienti a contenere la poetica dell’imperfezione e l’espressività dell’incompiutezza, entrambe inevitabili per chi, con ammirevole modestia, si dichiara consapevole di «essere ancora in cerca del proprio percorso» ma non vuole in alcun modo rinunciare alla personalità sin qui costruita. Come nel disco d’esordio, gli Houndmouth si propongono (passati a miglior vita i Wallflowers dei primi due album) quali più credibili, affascinanti e convincenti eredi del suono delle radici rivisitato dalla Band di Robbie Robertson e Levon Helm, dalla quale prelevano di preso l’onnipresenza dell’organo Hammond, l’intreccio di antico e moderno, la trascinante dialettica delle parti vocali (tutti e quattro i membri della band si cimentano davanti al microfono, nonché alla scrittura dei brani), la ricchezza gospel del canto e il profumo countrysoul della maggior parte delle tracce. E se anche stavolta, come in passato, agli Houndmouth sembra mancare un singolo killer (la loro The Weight, Remedy o 6th Avenue Heartache) in grado di consolidarne la popolarità presso ascoltatori magari refrattari a quanto puzzi anche solo lontanamente di Stati Uniti (ce ne sono ancora parecchi), tale lacuna è di nuovo compensata dall’equilibrio di un impianto sonoro dove i riferimenti al passato non sono derubricati al rango di semplici citazioni e diventano, invece, trampolini di lancio verso una dialettica moderna, com’è inevitabile modellata sulla giovane età dei suoi protagonisti (i nostri avranno sì e no ottant’anni in quattro) e quindi alimentata dalle emozioni fragili dell’adolescenza, dallo spleen rabbioso dei vent’anni, dall’irrequietezza malinconica delle nuove generazioni.
È in questo senso di spaesamento che nascono gli accordi acustici di una For No One in cui una dolente storia d’amore alla John Prine viene raccontata con la voce accorata e spezzata di un Paul Westerberg, il roots-rock dai travolgenti accenti punk delle irresistibili 15 Years e Say It Like You Mean, il favoloso calco StaxVolt di una Honey Slider fradicia di spiritual e non lontana dal miagolare di Bobby Gillespie dei Primal Scream nell’esperimento sudista Give Out But Don’t Give Up. Altrove, a prendere il sopravvento è la memoria storica degli Houndmouth, resa sanguinante e capace di artigliare allo stomaco nell’ascensione rock’n’roll dell’iniziale Sedona, intessuta dai fili colorati di un funky speziato di sapori cajun nella bluesata Black Gold, spalmata di una solennità quasi religiosa e al tempo stesso (un altro omaggio a The Band) spudoratamente old-timey nell’altrimenti ironica tirata di My Cousin, oppure ancora infusa di elegiache risonanze appalachiane nel quadretto per soli cori e violino di Gasoline. Alla fine della corsa, viene persino da pensare che una canzone indimenticabile ci sia davvero, e che il titolo vada al gospel-rock chiesastico e sensuale di una Otis da qualche parte tra Bobbie Gentry, Van Morrison e i Buffalo Springfield: la cascata di pensieri, e perché no emozioni, suscitate da Little Neon Limelight, del resto, è uno degli esiti più significativi dell’album, anche se forse, per fortuna nostra e degli stessi Houndmouth, non l’unico né, tanto meno, quello definitivo.

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