Recensioni

Hugo Race Fatalists, 24 Hours To Nowhere

hugoraceHUGO RACE FATALISTS
24 Hours To Nowhere
Glitterhouse
***1/2

L’australiano Hugo Race ha una lunga carriera alle spalle, è stato coi Bad Seeds di Nick Cave e in The Wreckery e dal 2013 è impegnato come produttore e performer coi True Spirit e Dirtmusic. Ha trovato ospitalità in Europa dove suona parecchio ma dal 2011 è tornato a vivere nella natia Australia.

Questo 24 Hours To Nowhere è il terzo disco coi Fatalists, collettivo al quale appartengono Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli dei Sacri Cuori ed è un lavoro che documenta l’evoluzione come songwriter dell’artista tanto da ritagliarsi un posto di spicco in quel folk-rock contaminato che sfugge alle più banali catalogazioni. Ha dalla sua una scrittura profonda disposta a disturbare l’ascoltatore con testi che spesso si addentrano nei luoghi oscuri del vivere, metafore e rimandi dai significati complessi, immagini evocative, riferimenti alla morte, strazianti dichiarazioni d’amore e altrettanti abbandoni, canzoni non lineari che si avvalgono di una voce bassa e sussurrata, in alcuni momenti sembra di sentire Leonard Cohen, e di una veste sonica elettro-acustica creata ad arte dai suoi compagni di viaggio, oltre ai due Sacri Cuori menzionati c’è l’armonica di Michelangelo Russo e il basso di Francesco Giampaoli, il polistrumentista Davide Mahoney, Giovanni Ferrario con la chitarra. In diversi brani la ex cantante degli australiani Frente!, Angie Hart aggiunge la sua voce a quella di Race.

Come ha affermato lo stesso autore, questo lavoro prende spunto dall’amore che l’artista nutre verso alcuni songwriters del passato, in primis Tim Hardin e Fred Neil, proprio il loro introspettivo folk-rock lo ha indotto a immergersi in atmosfere dove le sfumature sonore e i dettagli strumentali si fondono in un rock elettroacustico dalle geometrie oblique, e le orchestrazioni si intrecciano con una sottile linea elettronica contribuendo a rendere più emozionanti le suggestioni cinematografiche che l’album trasmette, come fosse un noir.

Hugo Race mostra grazia e graffi in egual misura, impegnato con la voce, le tastiere e la steel-string guitar, si destreggia in un ambiente in cui violino e violoncello (Vicki Brown e Julitha Brown) ricamano sul sound reso visionario dalla punteggiatura dei Fatalists mentre le canzoni scivolano narcotizzanti ma non danno tempo di sognare perché come suggerisce Lost In The Material World la vita è troppo breve per dire goodbye e lasciare a questo punto la storia.

Le canzoni sono frutto della penna dello stesso Hugo Race ad eccezione di una bella e misconosciuta versione di It’ll Never Happen Again di Tim Hardin, delicata ed ispirata da morire, ed una spaziale Ballad of Easy Rider di Roger McGuinn/Byrds mai così eterea , una vera chicca sia come scelta che nell’ esecuzione. Dimostrazione del grande gusto e dell’originalità con cui Hugo Race sceglie le canzoni di altri, evitando le ovvietà.

Ma tutto 24 Hours To Nowhere gode di ampie vedute con quell’intrigante intreccio di echi fifties, musica da film, dilatazioni desertiche care ai Calexico, chitarre twangin’, colta ed introspettiva canzone d’autore, un fok-rock in bianco e nero e misteriosi riverberi alla Badalamenti, un mood notturno che ammalia e non passa inosservato.

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