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Iggy Pop, Post Pop Depression

iggy-pop-post-pop-depressionIGGY POP
Post Pop Depression
Caroline
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In una recente intervista, Iggy Pop ha dichiarato che Post Pop Depression potrebbe essere il suo ultimo album. La triste scomparsa di due leggende quali Lou Reed e David Bowie (più di altre) ci ha messo di fronte, nel più chiaro e terribile dei modi, alla prospettiva di un futuro privo delle più rilevanti figure della musica rock, privo di quelle personalità che quella musica l’hanno resa adulta e in definitiva ciò che è oggi.

Il buon Iggy, in realtà, attraverso l’ammissione che con l’età l’energia è certamente diminuita – e devi metterci tutto te stesso per fare un album che sia vero, ha inoltre dichiarato – ci teneva a sottolineare quanto impegno ci abbia messo nel fare di Post Pop Depression un disco significativo ed importante, il migliore possibile in questo punto della sua carriera, abbastanza forte da poter essere (potenzialmente) persino il sugello di una discografia d’importanza capitale.

E Post Pop Depression è davvero tutto ciò, ovvero un disco rock forte e potente, dotato di una personalità magnetica, graziato da un Iggy in gran forma e dal contributo importante di Josh Homme dei Queens Of The Stone Age in qualità di multi strumentista e produttore, oltre che da quello di una band che prevede le chitarre e le tastiere di Dean Fertita (QOTSA e Dead Weather) e la batteria di Matt Helders (Arctic Monkeys), e che dal vivo vedrà aggiungersi Troy Van Leeuwen (QOTSA) e Matt Sweeney (Chavez).

Al centro di queste canzoni ovviamente c’è lui, Iggy, col suo baritono ormai profondissimo e caldo, quello di un crooner al servizio del rock’n’roll. La band guidata da Homme serve i vari brani nel migliore dei modi, non sovrastando mai il leader, ma neppure ponendosi come mero fondale, proponendo anzi trame sonore varie, ficcanti, dal vibrante suono vintage, dall’impianto chitarristico. È in questo senso un biglietto da visita perfetto la Break Into Your Heart messa in apertura, che questi aspetti li sintetizza al meglio. Gardenia, scelta come primo singolo, ha un tessuto strumentale serrato e la sua melodia sarebbe piaciuta senz’altro anche a Bowie. Splendida American Valhalla, mood dark su ritmo pulsante, un bel ricamo di tastiera, chitarre di sostegno e un Iggy in gran spolvero nel gestire le atmosfere cangianti del pezzo; In The Lobby la si potrebbe sintetizzare come proto-punk meets QOTSA; la lunga Sunday è una rock song chitarristica e sostenuta, con echi dei Television, chiusa da un’elegiaca coda orchestrale; Vulture, dall’intro acustico-flamencato, si dipana tra paesaggi desertici, westernati e visionari.

Il tempo di un altro pezzo rock, German Days, definita da un netto riff di chitarra, e nel finale arrivano le ballate: Chocolate Drops, bellissima e drammatica, e Paraguay, che parte come tale, ma più ariosa e mossa, per poi nella seconda parte trasformarsi in un puro e selvaggio affondo d’iconicità rock. Dovesse essere il suo ultimo album, ce ne dispiaceremmo molto. Iggy Pop è uno dei grandi del rock ed è tornato con un disco bellissimo.

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