foto: Marcello Matranga

Interviste

James McMurtry, un Texan singer-songwriter al Buscadero Day 2015

James McMurtry, texano, è un uomo silenzioso. Si muove lentamente e quando parla pesa le parole. Lo seguo da quando ha esordito, nel 1989, con Too Long in The Wasteland. Un disco ogni tanto, solo dodici in 26 anni di carriera (con due dischi dal vivo ed una antologia). James, figlio d’arte (suo padre è lo scrittore Larry McMurtry, autore, tra le varie opere, degli script da cui sono stati tratti il capolavoro L’Ultimo Spettacolo ed il notissimo Brokeback Mountain), è un uomo tranquillo: come già detto parla poco, pesa quello che dice. E lo stesso fa con la musica.

Fa un disco quando è pronto, quando ha le canzoni giuste, quando è sicuro di non deludere i suoi fans: nove dischi (live ed antologie esclusi) in 26 anni sono davvero pochi. Ma sono dischi veri, dove non c’è una canzone da buttare. Dischi che vengono gustati dalla prima all’ultima nota, sentiti e risentiti. Come abbiamo fatto, di recente, con il suo ultimo lavoro, Complicated Game (che abbiamo onorato con una copertina), che arriva ben sette anni dopo il precedente, Just Us Kids. Ma James è così. E non cambierà mai. E’ onesto, puro direi, ed il suo modo di cantare lo avvicina vagamente a Lou Reed. E poi James è uno storyteller, più che un musicista. Per lui le storie sono più importanti delle canzoni stesse.

E’ venuto a suonare al Buscadero Day lo scorso Luglio. E’ venuto in Europa solo per noi, solo per Andrea Parodi e per il Buscadero. Non aveva altre date, quelle verranno più avanti, ma per noi si è mosso. E questo è un punto d’onore. Una cosa talmente bella da non sembrare vera. Ma lo è, e come se lo è. McMurtry ci ha onorato con la sua presenza, e ha fatto un concerto, acustico, di grande spessore. Mi ha sorpreso come chitarrista, mi è piaciuto molto. Mentre la voce è quella che mi aspettavo. Ha suonato da solo sul palco, cappello in testa e bicchiere di vino a fianco. Ma ha lasciato il segno. C’era molta gente sabato 11 Luglio a Pusiano, e il calore del pubblico è piaciuto a James, che ha dato prova di grande professionalità e forza espressiva. Ha tenuto la scena in modo convincente, molto convincente. Quando ha lasciato il palco, la gente era tutta in piedi.

L’ho incontrato il giorno dopo, domenica 12 Luglio, sempre a Pusiano. Ci siamo appartati in un angolo ed abbiamo parlato a lungo, anche fuori dalle domande dell’intervista. Una sorta di dialogo molto amichevole, tra due vecchi amici. In realtà era la prima volta che ci parlavo, ma James era molto amichevole, aperto e gentile. Un vero gentleman.


James, questa è la prima volta che vieni in Italia?
Come musicista sì, come attore sono già venuto.

Come attore?
Sì, è una notizia che sanno in pochi, ma io sono venuto nel 1973 per girare un film come attore. Ero solo un ragazzo, ma sono stato scritturato, grazie a mio padre, in un film di Peter Bogdanovich. Daisy Miller, tratto da un libro di Harry James. Il film è stato girato in Italia, a Roma, almeno in parte. Io ero nella troupe e facevo la parte del giovane fratello di Daisy (Cybill Shepherd). Il film, poco riuscito, era diretto da Peter Bogdanovich, noto sopratutto per The Last Picture Show (L’Ultimo Spettacolo) e Paper Moon. (ndr: senza dimenticare la strepitosa screwball comedy What’s Up, Doc? (Ma Papà ti Manda Sola?, 1972). Una esperienza che mi è servita molto.

Questa proprio non la sapevo. Tu sei un cantautore, ma anche uno scrittore di canzoni. Che cosa è più importante, nel tuo modo di fare musica, lo storytelling oppure il commento politico?
La storia, questa è la cosa più importante. Quello che voglio raccontare. E’ facile cadere nella canzone politica, ma è una cosa che voglio evitare, preferisco concentrarmi su una storia reale e poi scendere nei particolari. Fare canzoni politiche, che prendono una parte o l’altra, è fuorviante, fa uscire dal seminato.

E poi ti può alienare anche degli spettatori. Ho visto, alcuni anni fa, Neil Young (assieme a Crosby, Stills e Nash) in concerto a New York: il concerto contro Bush (il disco era Living with War), metà del pubblico era a favore, metà no. Applausi e fischi si mischiavano e l’effetto era fuorviante.
Il mestiere del singer-songwriter non è semplice. Per niente. Se scrivi dal tuo punto di vista, puoi anche essere frainteso, magari dal pubblico femminile. Se scrivi secondo il punto di vista femminile, può accadere il contrario. Il fattore politico è poi molto importante: accennare le cose, questo si può fare, prendere una posizione, è decisamente più difficile. I politici poi cercano di entrare nel tuo modo di fare musica, magari usando la tua musica, e questo non va bene, per niente.

Per te sono più importanti le liriche o la musica?
Entrambi. Quando ho le liriche, trovo la musica e viceversa. Arrivano assieme, altrimenti non ho né uno né l’altra. Quando scrivo metto le note sul pentagramma assieme alle parole, non riesco a fare diversamente. Ho sempre fatto in questo modo. Per Saint Mary of The Woods ci ho messo un mucchio di tempo a fare le canzoni, più di due anni: non trovavo le liriche adatte alla musica. Ho fatto molta fatica. D’altronde, come ti ho già detto, liriche e musica mi arrivano assieme.

Saint Mary of the Woods è uno dei dischi che preferisco, nella tua discografia.
Ti ringrazio.

I tuoi ultimi quattro dischi te li sei prodotti da solo. Ma per Complicated Game hai scelto CC Adcock e Mike Napolitano come produttori. Come mai?
Stavo per produrlo di nuovo da solo quando poi ho deciso di andare a New Orleans a lavorare con Adcock e Napolitano.

Per trovare un suono diverso?
No, per trovare un approccio diverso. Abbiamo registrato una canzone per volta, guardando i minimi particolari, ogni suono, anche quelli meno importanti. Abbiamo chiamato anche musicisti noti perchè partecipassero alle sessions, come Benmont Tench,oppure Derek Trucks, per dare un colore migliore ai suoni. Un metodo di lavoro completamente diverso, rispetto a quanto ho fatto in passato. Buona parte del disco è stata fatta mentre io ero on the road.

Di solito, quando fai un disco, quanto tempo ci metti?
Registriamo per una settimana, poi andiamo on the road, poi un’altra settimana. Poi di nuovo on the road. Mediamente un mese e mezzo, due al massimo. Ma non è un metodo di lavoro giusto.

Qui è successa la stessa cosa?
No, qui è stato tutto più definito. CC Adcock, che ho conosciuto al Continental Club di Austin, è un maniaco del particolare. Lui va a fondo su ogni cosa e Complicated Game risente di questo metodo di lavoro. Il suono è più definito, più chiaro, più fedele. La chitarra e la voce sono in maggiore evidenza.

Quanto tempo ci avete messo a finire il disco?
Un anno, più o meno. Abbiamo iniziato nel Dicembre 2013.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 381 / Settembre 2015

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