foto: Merri Cyr

Interviste

Jeff Buckley: parla Merri Cyr, la fotografa

Per quanti, tra gli anni Sessanta e i Settanta, avevano amato il padre Tim, il suo avvento fu una folgorazione, una scommessa sul futuro di una musica sempre più avvitata su se stessa. Per i più giovani, che di Tim non conoscevano né il nome né le siderali esplorazioni musicali, Jeff fu semplicemente una sirena, un angelo caduto dal cielo. Ricordo distintamente la percezione profonda che, con lui, la musica si trovasse ad un nuovo incrocio e che qualcosa di incredibilmente originale e unico stesse per rivelarsi. Lo intuì anche una giovane ex-modella di Brooklyn che all’epoca si era da poco votata alla fotografia: Merri Cyr. In breve le sue immagini di Jeff sarebbero state ovunque, su tutte le copertine dei suoi dischi e su tutti i giornali. Schiette, ironiche, sperimentali, a loro modo dolcemente iconiche, rivelavano una chimica molto peculiare tra la fotografa e il suo soggetto. Ora, quelle fotografie sono arrivate per la prima volta in Italia (fino al 16 novembre) alla Wall Of Sound Gallery di Alba che le ha anche raccolte in un prezioso volume, Jeff Buckley. So real.
Merri è venuta a presentarlo in galleria e con l’occasione ci ha raccontato il “suo” Jeff.


Jeff Buckley

di Guido Harari

Merri, raccontaci il punto zero di un rapporto che, col senno di poi, si è rivelato unico e irripetibile nella tua vita.
Nell’autunno del 1992 la rivista newyorkese Paper mi commissionò un servizio fotografico su di lui. Come musicista mi era del tutto sconosciuto, ma al giornale mi dissero che stava riscuotendo un buon successo in un locale, il Sin-è e quindi accettai l’incarico. Scattammo nel suo appartamento nel Lower East Side, nell’androne e sul tetto. Jeff indossava un cappello a cilindro (Stacci attenta, mi disse. È l’ultima cosa che mi resta di mio padre) e l’immancabile camicia di flanella. Emanava un fascino e un’empatia così immediati che fotografarlo era fantastico. Fin da subito mi apparve incline al gioco e alla sperimentazione, malgrado, da vero Scorpione, fosse sempre in guardia, ma comunque connesso. Una settimana dopo andai a sentirlo al Sin-èe, appena posò le dita sulle corde della chitarra, un’ondata di calore invase il locale e fece ammutolire il pubblico. Con Hallelujah di Leonard Cohen, dovetti sforzarmi di trattenere le lacrime. Nessuna performance dal vivo mi aveva mai fatto quell’effetto. Un ragazzo e la sua chitarra. Una folla ammaliata che lo avrebbe seguito dappertutto. Dopo il concerto, lo avvicinai fuori dal locale e gli misi in mano un paio di stampe tratte dal nostro servizio. La sua espressione virò all’istante in un enorme sorriso. Sono fantastiche! esclamò e la nostra amicizia/collaborazione cominciò così.

Jeff poi ti chiamò per scattare le fotografie per la copertina del suo disco d’esordio, Live at Sin-é. Come ricordi quel momento cruciale dell’avvio della sua carriera?
Premetto che Jeff si battè come non mai perché fossi io a scattare quelle foto. Non avevo mai realizzato la copertina di un disco. L’art director della Sony/Columbia aveva già commissionato il lavoro a un’altra fotografa e Jeff dovette liquidarla al telefono in mia presenza! Tutto questo a due soli giorni dalle registrazioni! Jeff era un tornado che mi aveva risucchiato nel suo mondo. Non dimenticherò mai la sua fiducia in me e nel mio lavoro: mi ha aperto molte porte, sia dal punto di vista creativo che professionale. Lo amavo per questo. Perché era un artista straordinariamente dotato ed era un catalizzatore di talenti. Il giorno delle registrazioni al Sin-é erano previsti due set. C’era molta attesa e i manager e i discografici avevano contribuito a creare un clima di estrema tensione. Jeff sapeva che le aspettative erano altissime e tutto ciò mi ispirava un senso fortemente protettivo e in qualche modo materno nei suoi confronti. Amo molto l’immagine della copertina perché è assolutamente reale. Jeff che prova in un angolo del caffè mentre i pochi avventori lo ignorano. Il fatto che Jeff alla fine abbia scelto proprio quella foto per l’album conferma la sua grande autoironia. Credo che quella fu l’ultima occasione in cui poté permettersi di passare inosservato. Jeff sviluppò presto una singolare capacità di entrare in sintonia con il pubblico all’istante. Era come una specie di scanner, fiutava l’aria e coglieva subito l’umore della sala e come adeguarcisi. La sua volubilità lo rendeva assolutamente imprevedibile, ora adorabile ora emotivamente pericoloso, sulla scena e fuori.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n.373 / Dicembre 2014.

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