Foto: Simone Bargelli

Interviste

Jerry Portnoy, King of Harmonica

Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di una bella chiacchierata con Jerry Portnoy, uno degli armonicisti più influenti, una leggenda, erede in prima istanza dei personaggi più storici. Personaggio rilassato e dalla voce pacata (ricorda un po’ i vecchi 45 giri suonati a 33), dotato di una buona dose d’ironia, Jerry ci racconta dei suoi trascorsi a Chicago, delle sue passioni musicali e, ovviamente, del lungo periodo trascorso alla corte di un altro re, Muddy Waters, per un sodalizio durato più di sei anni. Il musicista mostra di gradire tutto, la conversazione, l’Italia che sta frequentando insieme agli ottimi Shuffle Kings di Umberto Porcaro (band con cui sta andando in tour), Torrita di Siena e il suo piccolo teatro, dove ci ritroviamo, insieme a Massimo Daziani di Radio Incontri Cortona, per l’intervista.

Intervista realizzata il 27 giugno 2014


Buonasera Jerry, è un grande onore per noi…
Sì, ma non darmi della leggenda..

Beh, comunque benvenuto in Italia e grazie dell’intervista. Senti, domanda d’obbligo, come sei diventato armonicista?
Sai, sono cresciuto a Chicago in una zona dove c’era un mercato all’aperto…

Mawell Street…
Sì, Maxwell Street, oltre al mercato, c’era molto blues in giro. Mio padre aveva un magazzino da quelle parti e io fin da ragazzino andavo con lui ogni domenica… Considera che avrò cominciato circa nel 1947 o 1948, avrò avuto cinque anni. C’era blues dappertutto all’epoca, anche oggi ma allora di più; lì nel corso del tempo ho ascoltato tutti e di tutto, Little Walter, Walter Horton e molti di quei vecchi bluesmen. Più tardi, da adulto, ho capito che in qualche modo il blues era quello che dovevo fare, ne avevo così tanto nella mia memoria che non ho dovuto faticare per imparare..

Tuo padre aveva un magazzino in Maxwell Street, di che genere, musicale?
No, niente del genere, vendeva tappeti.

Hai nominato Little Walter, Walter Horton… Aggiungo io, tanto per riferirmi ai tempi, Sonny Boy Williamson, primo e secondo. Posso chiedere quali di questi ti ha influenzato o colpito di più?
Sai come la chiamo solitamente? La “gang of suspects” (banda dei sospetti)… Mi piacciono tutti, ovviamente Little Walter ha rappresentato un’influenza direi, “obbligatoria”, ma anche Walter Horton. Eravamo molto amici Big Walter e io, lo andavo sempre a trovare quando ero ragazzo. Viveva in una zona di Chicago molto poco tranquilla e io ero molto giovane, cosicché, questa te la devo raccontare, vestivo un largo impermeabile e tenevo una bottiglia di whiskey in tasca. Mi serviva nei momenti peggiori, perché il collo della bottiglia sembrava la canna di una pistola e in tal modo nessuno mi avrebbe importunato. Little Walter; lo sentivo suonare, a volte proprio davanti al negozio di mio padre, ma personalmente l’ho incontrato poche volte. Tornando alla tua domanda, sono stato influenzato da tutti questi.

Eri un ragazzino…dunque hai cominciato molto presto…
Non troppo presto, ho iniziato a suonare intorno ai venticinque anni. Ascoltavo la musica, ogni genere di musica, fin dall’infanzia, ma ho iniziato a suonare da adulto; ascoltavo davvero di tutto ma, ripeto, il blues era quello che più mi intrigava.

Ad un certo punto hai iniziato a suonare con Muddy Waters, sodalizio che sarebbe durato per almeno sei anni. Cosa ricordi del momento in cui Muddy ti chiamò, cosa stavi facendo all’epoca e quale fu la tua reazione quando sentisti dire “Hey Mr. Portnoy, ti vorrei nella mia band”?
Bene, all’epoca lavoravo alla Cook Country Jail, che è una grande prigione nell’area di Chicago…

Dove B.B. King ha registrato il suo disco dal vivo..
Right, lavoravo proprio alla Cook quando iniziai a suonare con Muddy. Cosa provai quando mi chiamò? Semplicemente non pensai che potesse essere vero, fu come un fulmine, dovetti anche lasciare il mio lavoro, ero contentissimo!

Che tipo di lavoro svolgevi alla prigione?
Mah… Era un lavoro che prevedeva molte cose, per esempio dovevo valutare i detenuti, qual’era il loro comportamento, se erano idonei per il lavoro, cose di questo genere, un tipo di lavoro “sociale”.

Certamente Waters ti chiamò per le tue qualità di armonicista, in fondo c’era la consapevolezza di entrare a far parte di una band già leggendaria. Dal canto tuo, dovesti lavorare un po’ sul tuo suono, adattarlo in qualche modo a quello della band?
Certo, era una band davvero leggendaria. Lavorare sul suono beh, un po’ lo si deve sempre, ma io conoscevo bene il repertorio di Muddy, avevo già avuto l’occasione di suonarci insieme e inoltre ero molto amico di Paul Oscher, l’armonicista che c’era prima di me. Qualche volta Muddy mi chiamava sul palco o addirittura mi convocava per suonare con lui. All’epoca io suonavo con Johnny Young, che fu di fatto il mio primo band leader a Chicago. Quando Johnny morì, era il 1974 credo, io lavoravo ancora alla Cook e organizzammo un concerto di beneficenza per supportare la sua famiglia e Muddy era la; quando mi vide mi chiese di salire a suonare con lui.
Una cosa indimenticabile, che ancora mi fa ridere e venire i brividi, è che dopo il concerto mi domandò “puoi viaggiare?” e io risposi “qualunque cosa vuoi che io faccia io la farò”. Dopodichè mi disse che avrei sentito parlare di lui molto presto. Tre giorni dopo mi chiamò e mi chiese se volevo entrare nella sua band.

Bellissima storia…
Già, queste cose all’epoca succedevano..

Dopo aver parlato del passato, vorrei sapere se c’è qualche armonicista attuale che ti ha particolarmente colpito…
Ma sai, per un periodo dopo l’epoca della “gang of suspects”, pare che non ci siano stati armonicisti in grado di suonare come si deve; voglio dire che per diversi anni non si è vista gente come Little Walter, James Cotton, Junior Wells, poca gente sapeva davvero suonare. Oggi ci sono armonicisti dappertutto… Sono stato amico per quarant’anni con musicisti come Rick Estrin, Kim Wilson, siamo come fratelli. C’è tuttavia un ragazzo, un musicista spagnolo che mi ha colpito molto, Victor Puertas, con cui ho avuto occasione di suonare, lui e suo fratello Pere costituiscono i Suitcase Brothers. Ti assicuro che Victor è il più incredibile armonicista che mi capita di sentire dai tempi di Kim o giù di li, fantastico davvero.

Mr. Portnoy, sei stato in Europa moltissime volte, anche in Italia. Che ne pensi del pubblico europeo, pensi che sia un pubblico competente?
In generale penso che il pubblico europeo sia un pubblico fantastico, soprattutto in Italia, dove la gente si scalda, partecipa molto, più che in altre parti… Gli italiani sanno essere molto espansivi oltre che conoscitori del genere, sono veri fans… è bello perché quello italiano è un pubblico che si lascia raggiungere a livello emozionale. A volte capita di trovarsi di fronte a un pubblico che si lascia impressionare soprattutto da virtuosismi, trucchi e cose del genere. A me non piace, non mi interessa questo modo di arrivare al pubblico, preferisco un coinvolgimento più totale, sorprendere, far muovere, e via dicendo. Inoltre l’Italia mi piace da ogni punto di vista, la cultura, il cibo e tutto il resto, sai “la dolce vita”…

Oltre alla carriera di musicista, tu hai intrapreso anche quella di insegnante di musica, sono in molti a conoscere il tuo metodo per armonica (Blues Harmonica MasterClass n.d.r). Ti limiti a questo o hai anche una scuola dove tieni lezioni frontali e tutto il resto?
No, nessuna scuola; capita che qualche volta io dia delle lezioni provate, ma sono casi sporadici, giusto se qualcuno me lo chiede. Fondamentalmente ho scritto il metodo che tu hai ricordato ed è possibile seguire i miei tutorials sul mio sito (sonicjunction.com/jerry-portnoy n.d.r.), lì si possono trovare parecchie ore di lezione.

Il futuro: hai qualche progetto in cantiere con la Legendary Blues Band o con la Muddy Waters Tribute band o qualcos’altro?
Mah, per ora niente di definito… L’unico progetto, che poi è un desiderio, è quello di suonare con la mia nipotina (ride)..

Una domanda che facciamo sempre. Dovessi scegliere un disco da portare sull’isola deserta, di chi sarebbe?
Posso sceglierne due?

Certo, al massimo..
Uno di Louis Armstrong senz’altro, e il secondo di Ray Charles.

Ti è sempre piaciuto molto il jazz. Nel tuo Down At The Mood Room, ultimo album di studio a tutt’oggi, suoni una bellissima versione di Doodlin’ di Horace Silver. Famosa resta anche la tua rilettura di Misty di Errol Garrner..
Si mi piace molto il jazz, lo ascolto sempre volentieri, anzi, l’ho sempre ascoltato; ma il jazz delle origini, il jazz di New Orleans o quello degli anni trenta, quello pieno di swing, quello che, in altre parole, ti invita a schioccare le dita… Non seguo molto del jazz cosiddetto d’avanguardia, non riesco a rintracciare il filo della melodia, non trovo che sia popolare.

E il rock? Lo ascoltavi da ragazzo, durante gli anni sessanta e settanta?
Mah, anche qui, mi piace molto quello delle origini, gli anni cinquanta Chuck Berry, Little Richard, Fats Domino, quello intriso di blues… Sai io sono un tipo rilassato, non sopporto il fragore. Di sicuro non mi piacciono le commistioni, le contaminazioni. “Blues rock” per esempio, che significa? Il blues è qualcosa che ti penetra da sotto, lentamente, che ti coinvolge piano piano. Il rock è qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, ti investe. Ora, puoi suonare delle progressioni blues, ma non significa che questo sia necessariamente blues se non ha quel tipo di andamento…

Ma in quel disco c’è anche una bella versione di Lazy, dei Deep Purple…
Ma quello è perché io sono in quel modo, un po’ “lazy”, è una sorta di omaggio a me stesso, qualcosa di un po’ autobiografico, quando suoni devi un po’ suonare te stesso…

E’ stato un piacere Mr. Portnoy..
Grande piacere mio.

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