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L’ultimo ruggito di Joe Cocker, 1944-2014

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L’ultimo ruggito di Joe Cocker, 1944-2014


Era diventato celebre grazie a una canzone dei Beatles, With A Little Help From My Friends, sigillo a un’indimenticabile esibizione con la Grease Band (guidata dal tastierista e conterraneo Chris Stainton) tenutasi sul palco infuocato di Woodstock, nel primo pomeriggio di una domenica dell’agosto 1969. Dopo di lui, in senso letterale, il diluvio: a pochi minuti dalla fine il set, infatti, arrivò un temporale che costrinse gli artisti successivi (Country Joe & The Fish) a intervenire solamente dopo tre ore di pausa forzata. Ma la folla era rimasta stregata dalla grattugia vocale del nostro, dai suoi capelli ricci appiccicati alla fronte in turbine di sudore e impeto, dai movimenti epilettici e nervosi di un corpo che non voleva saperne di starsene fermo e quindi muoveva tronco, braccia, mani e spalle come attraversato dalle scosse della musica, conficcato dentro un flipper di suoni, tarantolato da crampi sonori invisibili, mentre la gola scartavetrata sputava il dolore, l’amarezza e il senso di rivincita finalmente gioiosa e celebrativa di una classe operaia portata in paradiso dalle promesse del rock’n’roll.
Sebbene alcuni tra gli episodi più famosi del suo catalogo provenissero, come detto, dal repertorio dei Beatles, talmente compiaciuti della trasfigurazione di With A Little Help From My Friends da acconsentire a ulteriori riletture di She Came In Through The Bathroom Window e Something, i veri idoli dell’artista furono sempre Ray Charles (del quale incarnò una versione più ruvida e rockettara) e Lonnie Donegan, entrambi mandati a memoria durante l’adolescenza, quando Joe Cocker ancora s’immaginava cantante di un gruppo skiffle.
Nato John Robert (il nomignolo “Joe” veniva dalla simpatia per un omonimo lavavetri della cittadina d’origine), il 20 maggio del 1944, nell’Inghilterra siderurgica di Sheffield, zona sud dello Yorkshire, Cocker fu un vero eroe blue-collar del rhytm’n’blues, per di più dotato di una voce stupefacente, capace di passare in un convulso scatto di reni dalla carezza sentimentale di una rauca ballata soul ai ruggiti di ferro e catrame d’una baraonda di stili dove honky-tonk, funky e r’n’r si intrecciavano di continuo. Cocker esordì intorno ai primi ’60, per l’etichetta dei Rolling Stones, con lo pseudonimo di Vance Arnold & The Avengers, ma si trasformò in una star, e col suo nome di battesimo, dopo l’apparizione a Woodstock, una delle tappe del tour americano di supporto all’esordio With A Little Help From My Friends (1969), primo e già incandescente assaggio delle sue doti d’interprete (in grado di appropriarsi con naturalezza anche del Bob Dylan di Just Like A Woman e I Shall Be Released) confezionato da una pattuglia di turnisti di lusso (Jimmy Page e Albert Lee le sei corde convocate) inevitabilmente affezionati alla generosità e alla debordante espansività del performer titolare.
Di pari livello (cioè ottimo), nello stesso anno, fu il successivo Joe Cocker!, ancor più selvatico ma per paradosso di maggiore efficacia negli episodi intimisti, da una sofferta Bird On The Wire (Leonard Cohen) alla straziata Darlin’ Be Home Soon (Lovin’ Spoonful) di chiusura, disco tramite il quale Cocker entrò in contatto con i musicisti americani che lo avrebbero poi accompagnato nei concerti da cui venne tratto lo stratosferico doppio dal vivo Mad Dogs & Englishmen (1970), negli anni ristampato in versione «deluxe» (2005) e addirittura in un box da sei cd in tiratura limitata (2006). Massima espressione e, al tempo stesso, inaspettato canto del cigno della prima fase di carriera del nostro, l’opera, in senso musicale coordinata dal nuovo direttore d’orchestra Leon Russell, vedeva Cocker capeggiare un serraglio di colleghi – la vocalist Rita Coolidge, il sassofonista Bobby Keys (Rolling Stones), il bassista Carl Radle (Delaney & Bonnie), il batterista Jim Keltner – tutti radunati intorno al magnetismo inarrivabile di un registro vocale intento a raschiare l’anima delle canzoni per svelarne nervi, arterie e struttura ossea: così facendo, il cantante metteva a nudo anche l’anima sua, il personale blues non accostabile a quello coltissimo di John Mayall o a quello “pulito” di Eric Clapton, il fragore rock forse non grintoso come quello degli Stones (Honky Tonk Women) e le derive jam di certo non paragonabili alla fantasia dei Traffic (Feelin’ Alright), ma da tutti questi elementi in qualche modo composto, nonché riformulato in una personale odissea dal basso, fatta di gospel, scudisciate alla Animals, zampate ferine, bagliori psichedelici, qualcosa del funky di New Orleans e (anche qui in virtù della presenza tra i ranghi dell’okie Russell) febbricitante country-soul dal sud degli Stati Uniti.
Il nemico di Cocker, però, si chiamava alcool, e iniziò a farsi vivo molto presto: benché ripulito dall’eroina già dal 1973, l’artista continuò a bere smodatamente per tutti gli anni ’70, in pratica creando da solo le condizioni di un declino inarrestabile. Sia Joe Cocker (1973), macchiato tuttavia da una pessima versione della Do Right Woman di Dan Penn e Chips Moman, sia I Can Stand A Little Rain (1974) e Jamaica Say You Will (1975), tutti e due provenienti dalle medesime registrazioni infarcite di ospiti (dal pianoforte di Randy Newman e Nicky Hopkins alla sezione fiati di King Curtis), furono ascoltabili ancorché iniqui rispetto alla statura del Cocker interprete, un tempo da subito riconoscibile e qui, invece, trattenuto, mansueto, come perduto in un’oppiacea nube di bevande etiliche. Malgrado l’immutata popolarità, appena incrinata da uno Stingray (1976) registrato in Giamaica ma insolitamente monotono e da un live non disprezzabile seppur poco venduto (Live In L.A., ancora nel ’76), eppure addirittura foriera di un’esilarante imitazione di John Belushi in cui il comico, spalleggiato dallo stesso Leon Russell, tramutava la Lonely At The Top di Randy Newman in Lonely At The Bottom Of The Barrel («solo nel fondo del barile») e, dopo essersi contorto intorno al microfono alla maniera di Joe, stramazzava al suolo per farsi una “pera” di liquore, Cocker accumulò debiti su debiti e dovette mettere per iscritto, ai finanziatori di un Luxury You Can Afford (1978) non irresistibile né fortunato nonostante l’eleganza pop-soul del produttore (Allen Toussaint), una bellissima rendition di A Wither Shade Of Pale (Procol Harum) e musicisti di gran classe (Dr John e Billy Preston alle tastiere), il proprio impegno a restare sobrio.
Fu altresì una vera e propria resurrezione, dopo quattro anni di silenzio, il reggae urbano, bianco e selvatico del sottovalutatissimo Sheffield Steel (1982), prodotto da Chris Blackwell per la sua Island e illuminato dalla sezione ritmica degli esperti Sly Dunbar (tamburi) e Robbie Shakespeare (basso), splendidi nel combinare beat memphisiano e ritmi in levare, dalla sei corde laconica di Adrian Belew e dai cori di Jimmy Cliff, peraltro omaggiato da un’intensa rilettura di Many Rivers To Cross (assieme alla Inner City Blues di Marvin Gaye poi affiorata nella nuova edizione «deluxe» del 2002, il punto più alto di un disco tanto perfetto quanto caldo e sensuale). Da lì in poi, il nulla, o quasi: Up Where We Belong, duetto con Jennifer Warnes dalla colonna sonora di Ufficiale E Gentiluomo (1982), riportò Cocker in testa alle classifiche e gli valse un Grammy e un premio Oscar, You Can Leave Your Hat On (anonima versione, in patinato mid-tempo e in chiave d’erotismo senile e un po’ patetico, di un brano altrimenti sulfureo e perverso del solito Newman) apparve nell’orrido 9 Settimane e 1/2 (1986) e diventò un successo planetario, ma i dischi del periodo – Civilized Man (1984) e Cocker (1986) – parlavano un linguaggio AOR pacchiano e indigesto, tirato a lucido (fin troppo) eppure privo della benché minima forza espressiva. Unchain My Heart (1987) e One Night Of Sin, nel 1989 promosso dalla When The Night Comes scritta per Cocker dal canadese Bryan Adams, continuarono a viaggiare sulle stesse coordinate. Ciò nonostante, se il Live del 1990 offrì una pallida e tuttavia non fastidiosa copia della potenza linguistica sperimentata dal nostro vent’anni prima, le plumbee atmosfere soul del fumoso Night Calls (1992), grazie anche alla produzione garbatamente pop di Jeff Lynne e a una superba Out Of The Rain (Tony Joe White) posta a scheletrico e sanguinante congedo, rappresentò una gradita sorpresa, una sorta di momento di adulta serenità artistica del quale beneficiò anche il seguente Have A Little Faith (1994), album altrettanto misurato e credibile.
In coda all’inevitabile cofanetto – il quadruplo The Long Voyage Home (1994) – Organic (1996), rivisitazione in teoria priva di affettazioni di alcuni capisaldi del repertorio di Cocker (con l’aggiunta di brani da Van Morrison, Bruce Springsteen e Stevie Wonder), mostrò al contrario l’inadeguatezza, da parte del coordinatore Don Was, nel ricavare un minimo d’anima da un Leone di Sheffield catatonico come non mai e poco dopo, nell’esanime torpore pop di un Across From Midnight (1997) benedetto però dal buon riscontro di N’Oubliez Jamais (e relativo video con protagonista Catherine Deneuve), quasi irriconoscibile.
Dall’inqualificabile No Ordinary World (1999), affossato da un brutto repertorio e da un marasma di synth anni ’80, al più potabile Respect Yourself (2003), dal soul e r&b pantofolaio, senz’altro sincero e nondimeno un po’ spento del binomio Heart & Soul (2004) / Hymn For My Soul (2007) alla rinnovata grinta (in realtà assai più divertente, sebbene abbastanza posticcia, rispetto a quanto fosse prevedibile) degli ultimi Hard Knocks (2010), Fire It Up (2012) e Fire It Up: Live (2013), tutti supervisionati dal Matt Serletic già produttore di Matchbox 20 e Collective Soul, Cocker fu infine impegnato a ripensarsi, rileggersi, ripercorrersi, inventare un’altra personalità più adatta e simile ai tempi, oppure così lontana dalle loro mode da trascenderli, affinché il nomignolo «Kaiser Joe», affibbiatogli quando il mercato tedesco pareva essere l’unico nei suoi confronti ancora ricettivo, apparisse solo un ricordo lontano.
Non ce l’ha fatta e, forse non avrebbe potuto farcela, ma gli va dato atto di averci provato fino all’ultimo, fino a che un cancro ai polmoni non l’ha portato via, il 22 dicembre del 2014, dal suo amatissimo «Mad Dog» Ranch di Crawford, Colorado. E nonostante gli inevitabili alti e bassi, si può in fondo dire che l’ultimo ruggito del Leone di Sheffield sia stato in fondo questo: il non arrendersi al ruolo di marionetta del rock-soul cui tanti colleghi, soprattutto italiani, l’avevano circoscritto, sfruttandone il carisma ancora vivo per esibizioni o comparsate a dir poco imbarazzanti dove delle tradizioni musicali tanto amate dal nostro sopravvivevano solo caricature circensi, scimmiottamenti nazionalpopolari, subdoli travestimenti, volgarizzazioni assortite.
Non si è piegato, Joe Cocker, all’idea di essere ricordato come lo scialbo, malleabile interprete pop degli anni ’80, preferendo anzi tornare indietro, al funky dei Meters o al soul di Percy Mayfield, oppure tuffandosi nel contemporaneo per manifestare una versatilità ancora intatta. Ha insomma voluto dirci (e dio o chi per lui lo benedicano per averlo fatto) di essere, com’è anche oggi, sempre tra noi in spirito, ancora vivo.

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