Recensioni

John Hiatt, Hangin’ Around The Observatory

john hiattJOHN HIATT
Hangin’ Around The Observatory
Sony / Epic / Music On CD
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Dopo essersi trasferito, diciottenne, dalla terra d’origine — l’Indiana di Hoagy Carmichael e Burl Ives — alla mecca delle opportunità discografiche, John Hiatt passò qualche anno barcamenandosi tra contratti di basso profilo in quel di Nashville, Tennessee. Malgrado lo scarso riscontro commerciale dei brani da lui scritti nella speranza di intercettare il successo per conto terzi, Hiatt riuscì comunque a imporre la propria presenza nella cerchia dei compositori a disposizione della potente Epic, sussidiaria del colosso Sony, presso la quale ebbe la soddisfazione di vedere la sua Sure As I’m Sittin’ Here arrampicarsi verso i piani alti della Top 20 grazie all’interpretazione, invero abbastanza anonima, dei Three Dog Night.

Il successo ottenuto dal gruppo californiano, e quindi i quattrini arrivati nelle tasche dell’autore, risarcirono almeno in parte la delusione del nostro per il fiasco dell’album — il suo esordio da titolare — da cui quella canzone era tratta, Hangin’ Around The Observatory, registrato con buoni mezzi e un discreto investimento nei Columbia Studios di Nashville avvalendosi della produzione di Glen Spreen e di tre diverse formazioni di musicisti. Sebbene le creazioni dell’artista non meritassero affatto la sottovalutazione di pubblico e critica perdurata fino al 1987 del capolavoro Bring The Family, mai troppo lodata opera di rinascita artistica, umana e commerciale, è pur vero che i primi sette lavori di Hiatt, con la parziale eccezione degli intrecci tra reggae e rhythm’n’blues racchiusi nel febbricitante Slug Line (1979), non potevano certo dirsi brillare per coerenza.

Hangin’ Around The Observatory, già ristampato qualche stagione fa dall’inglese BGO come twofer abbinato al successivo, e meno riuscito, Overcoats (1975), aveva il pregio di sottolineare con estrema chiarezza i tratti migliori — la cura per il dettaglio, la vocazione narrativa, la spontaneità — della scrittura del suo artefice, combinato però alla volontà di barcamenarsi tra stili e generi differenti, a una mal dissimulata ansia di dire, a quella necessità di mettersi in mostra, per presentare le proprie doti, talvolta tipica dei debutti. Ne risultava un contenitore eclettico e ciò nondimeno poco accattivante, dove le liriche migliori (su tutte il ritratto di alienazione femminile dell’intensa Rose) soffrivano il peso di musiche stranamente artificiose, fino al congedo tra rumore del mare, garriti di gabbiani e stridule folate di synth della conclusiva e piuttosto pretenziosa Ocean.

Al contrario, i brani più indovinati, dal gospel malandrino, movimentato e irresistibile dell’iniziale Maybe Baby, Say You Do al rock & roll delizioso dell’altrettanto vivace It’s All Right With Me, passando per il blues della stessa Sure As I’m Sittin’ Here o per l’ibrido malinconico e solenne tra folk, rock e soul di una Full Moon il cui dispiegarsi elettroacustico poteva ricordare le dinamiche dei Traffic, enfatizzavano l’immediatezza e l’attitudine del nostro a quel rimescolamento di elementi roots destinato a tramutarsi nel suo marchio di fabbrica. Perché tale marchio diventasse non solo riconoscibile, bensì perfettamente maturo, avremmo tuttavia dovuto, rispetto all’anno di pubblicazione — il 1974 — di Hangin’ Around The Observatory, aspettare ancora un po’.

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