Recensioni

John Mellencamp, Plain Spoken

Mellencamp

JOHN MELLENCAMP
Plain Spoken
Universal
****

Non è un lavoro per vecchi il mestiere del singer/songwriter a meno di non avere la stoffa dei grandi e supplire alla naturalezza espressiva della gioventù con una profondità che solo la maturità e l’età adulta regalano. I migliori autori di rock ci hanno insegnato che le canzoni rappresentano una sorta di filo diretto con l’esistenza e le esperienze della vita, un bisogno espressivo per cantare di desideri, aspettative, sogni, rabbie, gioie e tristezze, con l’intento di entrare in contatto con l’ascoltatore, il quale quando il gioco funziona condivide un comune sentire e viene coinvolto nelle storie cantate dall’artista.

Quando ciò succede il risultato è grandioso, Springsteen diventa la voce dei suoi fan e ne cattura l’intera gamma delle loro emozioni, Lou Reed aiuta ad esplorare gli angoli bui di una diversità che inquieta e impaurisce, Dylan sottintende una poesia sfuggente in cui ognuno può trovare un pezzetto del proprio percorso esistenziale, altri la mettono più esplicitamente sul rock n’roll tout court perché la carne vuole la sua parte e al diavolo le poesie e l’esistenzialismo. Una copiosa schiera di autori e cantanti rock, che ha prodotto i propri capolavori in un’età tra i venti e i quaranta anni, oggi ha superato i sessanta e si trova in una condizione di vita molto diversa di quando scrissero Born To Run, Blood On The Tracks, Bring The Family, Damn The Torpedoes, per fare degli esempi.

Quegli autori non vivono ora la stessa tensione esistenziale, scrivere quelle canzoni e soprattutto entrare nelle vite altrui avendo la capacità visionaria di trascinarle in un immaginario condiviso è roba irripetibile, come si fa a scrivere Thunder Road quando il Suv è in garage, la cena è apparecchiata e attorno al tavolo c’è una famiglia benestante che parla della futura scuola dei figli. Ma i grandi autori posseggono la capacità di astrarsi da un contesto specifico così da elevare le canzoni a opere pop universali, le racing in the streets e le american girl sono entrate nell’olimpo della cultura rock assurte a classici senza tempo ma il tempo non aspetta nessuno e per essere credibili quegli stessi autori oggi si sono dovuti adeguare ad una diversa consapevolezza sociale del vivere e del mondo. Essere convincenti a sessantanni non è facile, specie quando chi ascolta ha trentanni di meno ma qui sta l’arte del grande autore, di chi non nega i cambiamenti e non fa mera opera di finzione ma coglie quegli elementi in cui, giovani o meno, possano riconoscersi o tutt’al più condividere.
John Mellencamp è rocker che non si è mai sottratto ai cambi di scenario e non ha mai temuto di mettersi in discussione. […]

Trovi l’intera recensione su Buscadero n. 371 di ottobre 2014.

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