foto: Anna Carù

In Concert

Mark Knopfler live a Lucca, 22/7/2015

Sono due anni che non lo vedo, Mark Knopfler. L’ho perso anche a Milano, quando ha suonato lo scorso Maggio. Quindi me ne sono andato a Lucca, andata e ritorno velocissimi. E, lo scrivo per l’ennesima volta, sono veramente contento di averlo fatto. Mark Knopfler da quando ha lasciato i Dire Straits si è costruito una carriera solista in modo meticoloso, disco dopo disco. E, raramente, ha fatto dei dischi sottotono. Ma gli ultimi due, Privateering e Tracker, sono tra i più riusciti di una carriera già formidabile di per sé stessa. Grande musica, ballate superbe, musica irlandese ed elementi americani coinvolti di continuo. E lo spettacolo che il nostro si porta in giro conferma questo suo attuale stato di grazia.

La band con cui suona è una super band: Guy Fletcher (tastiere) e Richard Bennett (chitarra) sono due musicisti superlativi. Ma anche gli altri non sono da meno: dai due irlandesi (Mike McGoldrick e John McCusker) che suonano di tutto, dal flauto alla cornamusa, al violino alla chitarra… Poi c’è la sezione ritmica: Glenn Worf, basso e Ian Thomas, batteria. Chiudono il cerchio il sassofonista Nigel Hitchcock e il pianista Jim Cox. Una super band, che sa avvolgere il pubblico con un suono dolce e potente al tempo stesso, sempre guidata dalla mano felice di Mark. Ingrassato e anche invecchiato (leggermente) – il tempo passa per tutti – e poi Mark è un amante del buon vino e del buon cibo. Possiamo dargli torto?

La serata si apre con Broken Bones, tratto dal recente Tracker, un brano dal suono leggermente annerito, certamente non una delle mie favorite del disco. Poi Corned Beef City e Privateering, anima blues della serata, tengono desta l’attenzione. Father and SonHill Farmer’s Blues chiudono la parte che fa da intro alla serata. Romeo and Juliet (dove entra in scena il sax di Hitchcock) riceve la prima standing ovation (gigantesca) della serata. Piazza Napoleone è piena, non come per Dylan, ma poco ci manca. I posti a sedere sono esauriti e attorno ci sono una valanga di persone in piedi. Fa caldo, molto caldo anche se ogni tanto c’è qualche refolo di vento che smorza leggermente la calura. Romeo And Juliet è più lenta ma mantiene la magia. I Dire Straits non suonano più come i Dire Straits, le canzoni, anche quelle seguenti, sono cambiate anche radicalmente. È come se Mark avesse assorbito un po’ di dylanite, di voglia di stravolgere le sue canzoni ma, al contrario di Dylan, le canzoni ancora si riconoscono.

Sultans of Swing ha comunque cambiato pelle, il famoso giro armonico di chitarra è diverso ma, un po’ per le parole, un pò per la bellezza della canzone, è accolta ancora di un boato. Haul Away fa da apripista per la romantica She’s Gone (ancora il sax in evidenza). E la melodia regna sovrana anche in Your Latest Trick , la canzone dei Dire Straits, sempre con il sax a rendere il piatto più appetitoso. Nel corso di Postcards From Paraguay introduce la band in mezzo a fragorosi applausi. Marbletown e Speedway at Nazareth ci portano verso la fine. Canzoni dove la musica è importante anche più delle parole, con forti iniezioni di musica irlandese, gran gioco di flauti, violini ed altri strumenti a corda. E l’atmosfera si fa incantata. Ci vuole Telegraph Road, che ultimamente è diventata la canzone cardine del concerto, a riportare tutti coi piedi per terra. Quasi un quarto d’ora di grande, grandissima musica.

Poi, dopo quasi due ore, Mark e la band salutano. Tutti in piedi ad applaudire. Il bis è richiesto con grande forza. Non passa che qualche attimo che Mark e i suoi fidi ritornano sul palco. So Far Away è splendida, una di quelle ballate senza tempo che sia ascoltano sempre molto volentieri. Chiude Going Home – Theme From Local Hero. Uno strumentale struggente, molto irlandese nella sua struttura melodica, che chiama a raccolta l’artista e i suoi fans in un momento che è quasi magico. Serata trionfale per Mark (ma tutto il tour è andato molto bene), con picchi a Lucca e Barolo. Speriamo torni presto.

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