foto: Lino Brunetti

In Concert

Mark Lanegan Band live a Sestri Levante, 12/8/15

Nell’ormai ampio universo dei festival musicali italiani, il Mojotic di Sestri Levante, in Liguria, rimane sempre uno dei più piacevoli a cui fare almeno una puntatina annuale. Merito dell’impegno dei ragazzi che lo organizzano, di una programmazione sempre eccellente – quest’anno ci sono passati St. Vincent, le Ibeyi, i dEUS, Timber Timbre, Xavier Rudd e Nneka – di una location incantevole (sia essa il Teatro Conchiglia o il cortile dell’ex convento dell’Annunziata, entrambi all’aperto ed a ridosso della spiaggia della Baia del Silenzio), della bellezza di Sestri levante stessa, la quale indubbiamente spinge alla gita fuori porta.

Quest’anno, il Mojotic lo abbiamo visitato in occasione dell’ennesima sortita italiana di Mark Lanegan con la sua band, visto anche che i precedenti concerti ce li eravamo persi. In apertura, graditissima sopresa, il cantautore inglese Duke Garwood, che per una quarantina di minuti ha ammalliato i presenti con i suoi blues oscuri e plumbei, tratti in larga parte dal recente Heavy Love, e cantati con una voce profonda e mercuriale. Da solo sul palco, accompagnato da una chitarra elettrica, Garwood è parso completamente immerso nella sua musica, come in una sorta di trance, perennemente ad occhi chiusi, quasi confinato in un paesaggio dell’anima dai contorni indistinti e dal mood inquieto. Per certi versi, qualcuno avrebbe addirittura potuto trovare più laneganiano lui, di Lanegan stesso.

L’ex frontman degli Screaming Trees, del resto, negli anni ha dimostrato a più riprese di essere un musicista di certo personale e facilmente riconoscibile, ma molto più refrattario a farsi inglobare in uno stereotipo univoco, di quanto forse si era portati a credere alcuni anni fa. Lo dimostra una discografia fittissima di collaborazioni tra le più diverse, ma soprattutto lo evidenziano le discusse aperture della sua musica degli ultimi anni. L’ultima volta che lo avevo visto – in occasione del tour di Blues Funeral – le sue esibizioni mi avevano lasciato con l’amaro in bocca; la band m’era parsa ordinaria, lui troppo distaccato, il sound ancora in rodaggio. In questa serata, invece, il tutto mi è sembrato funzionare a meraviglia. Lanegan non è certo uno che vive nel passato, è anzi evidentemente orgoglioso del suo presente musicale ed è attorno alle canzoni dei suoi ultimi album che ruota l’intero show. L’innesto, nella band, del chitarrista Jeff Fielder ha aggiunto un maggior tiro rock alle dinamiche interne della formazione, completata dal chitarrista e tastierista Aldo Struyf (presentato da Lanegan come my brother) e da una sezione ritmica metronomica, pulsante, potente e precisa.

Moltissime, ovviamente, le canzoni tratte da Phantom Radio, il criticato ultimo album. Il mio parere è che tutto sommato sia un buon disco, con alcune ottime canzoni, solo penalizzate dalla fumosa e non sempre del tutto incisiva produzione di Alain Johannes. Dal vivo, pezzi come Harvest Home, Death Trip To Tulsa, ma anche Floor Of The Ocean o No Bells On Sunday, paiono guadagnare quello spessore emotivo e musicale del quale i più critici hanno lamentato l’assenza. Letteralmente da urlo, poi, sia una I Am The Wolf stratosferica e lancinante, sia una The Killing Season martellante ed elettronica, più in linea con la versione remix apparsa su A Thousand Miles Of Midnight, entrambe suonate nei bis, durante i quali si è unito anche Garwood con la sua chitarra.

Il resto della scaletta si è mossa tra pezzi tratti da Blues Funeral – sempre ottime The Gravedigger’s Song o Gray Goes Black, sempre non del tutto convincente Ode To Sad Disco, sia pur sintomatica di quanto per Lanegan tutto possa far parte del suo canzoniere – un paio di puntatine dalle parti di Bubblegum (Hit The City ed una particolarmente distorta Metamphetamine Blues) e giusto le toccanti One Way Street e la cover di Creeping Coastline of Lights a ricordare il suo repertorio più classico. Non l’unica cover in scaletta, visto che sono apparse anche la languida Deepest Shade dei Twilight Singers dell’amico Greg Dulli e una bella versione della Atmosphere dei Joy Division. Quasi un’ora e mezza di show, in cui Lanegan, chiuso in un cono d’ombra, oltre a rimanere attaccato come sempre all’asta del microfono, ha pure accennato qualche impercettibile passo di danza e ha sputacchiato qualche parola e qualche ringraziamento al pubblico, naturalmente con una voce da orco, o meglio, da lupo. Gran bella serata!

Vi ricordiamo che al Mojotic c’è in programma ancora un concerto, quello degli australiani Tame Impala, il 25 agosto.

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