Recensioni

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats
Stax / Universal
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Seguo da tempo Nathaniel Rateliff. Non è uno dei miei musicisti favoriti, ma uno di quelli da tenere d’occhio. Ha, prima di tutto, la voce. Poi sa scrivere e arrangia i dischi in modo raffinato. Sino ad ora ne ha pubblicati tre, il quarto lo andiamo a recensire ora. Dovevo dire quattro e invece ho scritto tre più questo nuovo lavoro. L’ho fatto volutamente in quanto il Nathaniel Rateliff dei primi dischi non ha nulla a che vedere con il protagonista di questo disco.

Folk singer, raffinato, molto legato a melodie di stampo classico, dotato di un bella voce, profonda e potente, Rateliff si stava facenda strada in un mondo molto difficile da conquistare. Quello folk, dove i cantautori non si contano e le vendite sono abbastanza deficitarie. Tra dischi: Desire and Dissolving Men (2007), In Memory of Loss (2010), Falling Faster Than You Can Run (2013). Tre dischi dedicati a un suono. Poi, la svolta. Proprio nel 2013, scontento di come vanno le cose, Rateliff cambia registro. Fonda una nuova band, The Night Sweats, e si mette a scrivere, e a cantare, soul ballads. Ma lo fa con grinta, con grande forza. D’altronde uno dei suoi punti di forza è la voce: una voce forte, anche roca, dall’afflato intenso, che prende al primo ascolto. Se, in ambito folk, non era una carta importante, con questa nuova band ed il nuovo sound, diventa fondamentale.

Ora Nathaniel si è messo a fare soul, quello classico, alla Otis Redding, Wilson Pickett, Sam & Dave. Coadiuvato dai Night Sweats, band poderosa che va dritto alla scopo, e da una manciata di canzoni di grande presa, posso dire che, per Nathaniel, questa volta il gioco è fatto. L’album, guarda caso, è pubblicato dalla Stax e il produttore, che ha avuto un ruolo in questo cambio di stile, è Richard Swift che in passato ha lavorato con Black Keys, The Shins, Damien Jurado, Mynabirds, Stereolab etc. Swift, che ha iniziato come cantautore, è uno che si intende bene di cambi di stile ma la metamorfosi di Rateliff è ugualmente sorprendente. Non si fa un bel disco se non si ha del talento. Non si scrivono belle canzoni se non si è bravi e non si fa nemmeno del suol in modo così convincente, se non si conosce la materia.

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats è un signor disco che, manco a dirlo, cresce ascolto dopo ascolto. Certo, l’inizio è travolgente, le prime cinque canzoni sono un pugno in faccia, tanto sono forti, aggressive, coinvolgenti. Musicalità, senso della melodia, ma anche grinta e ritmo. I Need Never Get Old è poderosa: intro in crescendo, fiati avvolgenti, ritmo vibrante e la voce del leader, forte, che imprime subito vigore alla canzoni. Avete dei dubbi? Beh, Howling at Nothing li dissiperà immediatamente. Con un ritmo classico, una melodia altrettanto classica, echi di Sam Cooke e una canzone che è già splendida al primo ascolto. Non siete ancora convinti? Ecco Trying So Hard To Know che ha la forza di Otis Redding e la grinta di Wilson Pickett: voce formidabile (alla Jimmy Barnes, epoca d’oro) e train sonoro inequivocabile.

Il Ritmo è alla base della sua musica: che siano veloci e vigorose, oppure dolci ed avvolgenti, le canzoni di questo disco sono tutte da godere: come dimostra I’ve Been Falling, che non scende di un millimetro dal livello qualitativo mostrato nelle precedenti. Poi c’è la viscerale S.O.B dove ritmo e grinta sono un tutt’uno. La voce gioca le sue carte migliori e la band suona in modo possente. La canzone che ha un intro attendista, ha poi un ritornello travolgente che non troverà ostacoli nemmeno presso di voi. Il ritornello (è proprio Son of a Bitch …) è spettacolare ed il ritmo assolutamente travolgente. Ma non è finita. Wasting Time è molto ben costruita, melodica, quasi struggente, mentre Thank You ha un feeling anni sessanta molto forte. Il disco si mantiene ad alto livello anche nella parte finale, iniziando classico errebi di casa Stax, con tanto di fiati, Look it Here. Shake è molto New Orleans, I’d Be Waiting è lenta ed introspettiva, ma anche affascinante. Chiude Mellow Out, molto piacevole, degna conclusione di un disco costruito ascoltando la musica di un tempo: oltre ai già citati Otis Redding e Sam Cooke, ci metterei The Band (su YouTube potete ascoltare una versione live di S.O.B. imischiata a The Shape I’m In di The Band) e il Van Morrison, periodo Bang.

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