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P.F. Sloan: When the wind changes

In ricordo di P.F. Sloan, 1945 – 2015


Lo cantava anche Jimmy Webb in P.F. Sloan, splendida ballata composta nel 1970 (e tre anni fa rispolverata e portata al successo dalla trentaseienne anglo-pakistana Rumer), «Ho cercato P.F. Sloan / ma nessuno sa dove sia finito», e sebbene in seguito lo stesso Webb, frustrato dagli strascichi di una vertenza legale, avesse sostenuto (credendoci poco) di essersi inventato il nome, era chiaro per tutti che si riferisse, invece, a Philip Schlein, sua personale fonte d’ispirazione, in una continua battaglia contro discografici avidi e miopi, per tentare il salto dal ruolo di scrittore di hit per conto terzi a quello più appagante di autore in proprio. Perché Schlein, il cui cognome era stato trasformato in “Sloan” dal padre, di professione farmacista, dopo aver constato come lo stato della California fosse restio a concedere licenze per la vendita degli alcolici a cittadini dalle generalità ebree, aveva fatto i soldi in veste di autore a cottimo, negli anni ’60, sotto l’egida di diverse etichette, ma come Webb non aveva mai smesso di perseguire una carriera proprietaria, spesso scontrandosi con la ritrosia di impresari secondo i quali rinunciare alla gallina dalle uova d’oro per un altro artista “titolare”, non bello né fotogenico, sarebbe stata una follia.

Philip, però, era uno testardo, determinato come tutti i ragazzi poveri cresciuti, durante il dopoguerra, nelle strade del Queens, dove la sorella, vedendolo «selvaggio e volubile», gli aveva dato l’appellativo di Flip, «lancio», da cui le iniziali del nome d’arte P.F. Sloan. Aveva preso in mano una chitarra per la prima volta all’età di 13 anni, a 14 aveva già registrato un singolo per la losangelena Aladin Records e a 16, sotto contratto presso le edizioni Screen Gems di Los Angeles, aveva inaugurato una collaborazione con Steve Barri, anche lui un autore, ma originario di Brooklyn (nei ’70 sarebbe diventato A&R per la Warner Bros.), unito al nostro dal comune amore per Elvis Presley e gli Everly Brothers. Insieme, i due impressionarono Lou Adler, allora manager della coppia surf-pop Jan & Dean, componendo per i suoi protetti The Little Old Lady From Pasadena (1964), per mesi nelle classifiche di Stati Uniti e Canada, lavorarono con l’arrangiatore Jack Nitzsche, imparando più di un trucco, e firmarono infine per la Dunhill, una sussidiaria della ABC fondata dallo stesso Adler per sfruttare il materiale di Johnny Rivers, all’epoca sulla cresta dell’onda proprio grazie a un brano – Secret Agent Man (1966), colonna sonora della serie tv britannica Gioco Pericoloso (Danger Man) – scritto da Sloan e Barri. Nello stesso periodo, Sloan, chitarrista sopraffino, era entrato anche nella formazione dei cosiddetti Wrecking Crew, gruppo informale di turnisti della scena di L.A. sfruttato tra gli altri, in sede di registrazione, da Glen Campbell e Nat “King” Cole, John Denver e Bobby Vee, Beach Boys, Cher, Simon & Garfunkel, Carpenters etc.

Tra i numerosi pezzi scritti da Sloan, Eve Of Destruction (1965), cantata da Barry McGuire, folk-rocker del Midwest oggi riconvertito alla musica cristiana, e distribuita su 45 giri dalla potente RCA, aveva fatto sfracelli non solo nelle classifiche americane bensì nelle radio di tutto il mondo (persino in Norvegia), fino a diventare uno degli inni più amati, conosciuti e riprodotti di tutta l’era della controcultura pacifista, e un destino simile era toccato in sorte a un’altra canzone – la leggendaria California Dreamin’ (inizialmente concepita per McGuire ancorché poi incisa, sempre nel 1965, dai suoi autori, i Mamas & Papas) – per la quale l’artista, trasformando in riff ispirato ai Ventures di Walk – Don’t Run un delicato arpeggio elettroacustico, aveva ideato la parte iniziale di chitarra. Confortato da questi e altri riscontri, cui si possono aggiungere ulteriori best-seller del periodo come Take Me For What I’m Worth (The Searchers, 1965), Your Baby (The Turtles, 1966) e Where Were You When I Needed You (GrassRoots, 1966; punta di diamante di un album omonimo scritto da Sloan quasi per intero), il nostro continuava a spingere affinché la Dunhill ne pubblicasse le composizioni autografe, ma né il suo primo album – Songs Of Our Times (1965), peraltro un capolavoro di folk-pop ricco di senso dell’umorismo e grandi melodie – né il secondo Twelve More Times (1966), altrettanto bello e provvisto di almeno due meraviglie di canzoni folk intense, luminose e toccanti (ossia When The Wind Changes e The Man Behind The Red Balloon), erano riusciti a farsi notare.

In polemica con la Dunhill, Sloan si accasò presso la Atco, assunse uno dei responsabili – il produttore Tom Dowd – della nouvelle vague sudista di tanti gruppi confederati e non, e fece uscire Moments Of-Pleasure (1968), splendido intreccio di country-blues gracidante alla Tony Joe White (New Design, Miss Charlotte, Country Woman) e divagazioni astrali e jazzy alla maniera di Fred Neil (su tutte, la splendida And The Boundaries Inbetween), anch’esso purtroppo sfortunato, nonché foriero di una perdurante ostilità con la casa discografica, intenzionata a rifarsi dell’insuccesso avanzando diritti di prelazione sul precedente catalogo dell’artista. Frustrato e disgustato dal music-biz, questi avrebbe registrato un altro album soltanto – il sottovalutato Raised On Records (1972), raccolta di canzoni nuove e remake di vecchi brani con più di un rimando allo stile confidenziale di James Taylor – prima di ritirarsi a una vita privata interrotta soltanto, nel 1993, dall’interlocutorio (Still On The) Eve Of Destruction, uscito soltanto in Giappone, e tredici anni dopo dal meglio congegnato Sailover, antologia di creazioni, nuove e stagionate, confezionate con l’aiuto di Lucinda Williams, Frank Black, Buddy Miller e Garry Tallent.

In mezzo, le solite compilation, con preferenza per quella targata Rhino del 1986 (Precious Times – The Best Of 1965-1966) e per un’altra, da specialisti, pubblicata dalla Big Beat nel 2008 (Here’s Where I Belong), senza dimenticare i provini allineati con filologica accuratezza nel parimenti significativo Child Of Our Times – The Trousdale Demo Sessions 1965-1967, un CD licenziato dalla Varèse Sarabande nel 2001. È morto il 15 novembre nella sua casa di Los Angeles, per colpa di un cancro al pancreas contro il quale, sebbene nessuno lo sapesse, lottava da parecchi mesi, ma gli sopravviveranno, oltre alle canzoni, l’onestà intellettuale e il paradigma di resistenza all’effimero di chi, pur desiderando vendere, non ha mai accettato, nemmeno per sbaglio, l’idea di svendersi.

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