Sleater-Kinney | foto: Lino Brunetti

Speciali

Primavera Sound 2015: il reportage

Il Primavera Sound è diventato il più alto momento musicale dell’anno per me, sia come musicista che come spettatore. La location in cui si svolge è assolutamente spettacolare e capace di accogliere in maniera confortevole sia le bands che i fans. È perfettamente situato tra le tranquille acque del mar Mediterraneo e l’elettrica eccitazione dell’incredibile città di Barcellona, cosa che ne fa il luogo ideale per uno dei più unici festival dell’intero pianeta.

Potremmo tranquillamente sottoscrivere le parole di Todd Trainer degli Shellac, uno che evidentemente ne sa, visto che la band di cui fa parte è quella che più volte vi ha suonato, tra le edizioni passate, sui suoi palchi (nove volte con quest’anno!). Gli 11 concerti e i 7000 spettatori del 2001, l’anno in cui esordiva, sono diventati oggi 365 per quello che riguarda i primi e ben 175000 (contando solo i paganti del Parc del Forum e non anche tutti gli spettatori delle numerose attività collaterali al festival stesso) per quanto concerne i secondi (comunque in leggero calo rispetto ai 190000 dell’anno scorso, probabilmente per via di headliners di minor richiamo). Da qualsiasi parte la si guardi, un successo esponenziale che, in quindici anni, ne ha fatto davvero uno degli happening musicali più attesi, chiacchierati, amati e frequentati di tutta Europa; con spettatori in arrivo da tutto il mondo; una programmazione ricchissima, eclettica e di qualità; una capacità organizzativa ed imprenditoriale (le loro campagne di marketing sono ormai anch’esse notizia) da studiare.

Anche quest’anno, in cui appunto si festeggiava il quindicennale, siamo rimasti colpiti dall’incredibile abilità nel far funzionare una macchina così complessa e gigante: mai un ritardo nell’orario d’inizio dei concerti, perfettamente programmati e spalmati su ben 12 palchi (contando solo quelli del Parc del Forum); qualità audio quasi sempre più che soddisfacente; un’attenzione nei confronti del pubblico – e devo dire anche nei confronti di stampa ed operatori del settore – che palesa la volontà di creare un’esperienza musicale appagante sotto tutti i punti di vista. Che poi qualcuno possa trovare faticoso muoversi in un area davvero molto grossa, in mezzo ad una folla assatanata di appassionati (e non, purtroppo), a districarsi tra orari e sovrapposizioni dolorose, ci può stare, ma quello è un difetto comune, più o meno, un po’ a tutti i festival. Se amate la musica a 360°, il Primavera Sound è sempre e comunque un appuntamento irrinunciabile. Di seguito il consueto report di ciò che siamo riusciti a sentire e vedere quest’anno.

Pre-Festival

Complice anche una (gradita) settimana di ferie, quest’anno arrivo nella città Catalana addirittura il martedì. Il festival vero e proprio inizia giovedì, ma arrivare prima mi permette di vedere qualche concerto in più, visto che la programmazione, come un blob, si estende a tutta la città e coinvolge (come sempre) anche i giorni precedenti e la domenica. Il martedì sono previste alcune performance nelle due sale di uno dei club della città, l’Apolo. Nella sala più grossa i primi a salire sul palco sono gli spagnoli Boreals, un trio dedito ad una sorta di post-rock dalle venature elettroniche e cinematiche, magari non proprio originalissimi ma comunque interessanti e più che godibili, grazie anche ai visuals proiettati alle loro spalle.

Molto meglio, nonché il nome di punta della serata, l’esibizione delle Ibeyi, le due gemelle franco-cubane, figlie del percussionista del Buena Vista Social Club Anga Díaz, che tanto hanno fatto parlare di sé con il loro esordio di qualche mese fa. Due voci, piano e percussioni, sia tradizionali che elettroniche, per una musica minimale e piacevole che mescola pop, suggestioni etno e qualcosa che ricorda il trip-hop, alla fine molto basata sulle voci delle due affascinanti ragazze, apparse divertite ed emozionate e comunque in grado di risultare abbastanza fresche da conquistare il pubblico. Subito dopo è la volta del trio newyorchese hip-hop dei Ratking. Ne vedo una mezz’oretta scarsa, ma devo dire che mi vengono a noia abbastanza in fretta e allora mi sposto nell’altra sala nella quale, stasera, c’è una serata dedicata a bands polacche underground. Riesco ad orecchiarne due: i Thaw, sommersi dal fumo ed incappucciati, sparano sul pubblico un noise metallico rumorosissimo, al confine con quanto fatto dai Sunn O))); e Zamilska, una ragazza autrice di una techno glaciale, stuzzicante quando tinta di umori dark e vagamente mediorientali, meno quando si limita ad un più convenzionale uso della cassa dritta. Abbastanza comunque da desiderare di saperne di più della scena alternativa polacca!

Come da abitudine, più intenso il programma del mercoledì, anche perché già da oggi si aprono i cancelli del Parc del Forum, con una serie di concerti gratuiti, su uno solo dei suoi palchi. Qui vedo la singer-songwriter madrilena Christina Rosevinge, piuttosto conosciuta in patria, visti i suoi 30 anni di carriera, non male nel suo camminare in un territorio al limite tra indie-rock e cantautorato alternative; i Cinerama, progetto collaterale di pop sofisticato ed adulto del leader dei Wedding Present, che non conoscevo e che mi è scivolato addosso in maniera abbastanza indolore; il chitarrista degli Strokes, Albert Hammond Jr., tutto sommato piuttosto piacevole, ancorché monocorde, nel suo rivedere il classic rock newyorchese. Padroni di non crederci, però il meglio arriva quando sul palco salgono gli OMD, si gli Orchestral Manoeuvres In The Dark, quelli di Enola Gay. Energico e potente nonostante la non più verde età, il duo inglese – qui accresciuto a quartetto – proprio col suo pezzo più famoso dà il via alle danze (ed è proprio il caso di dirlo!), creando un prevedibile delirio, che continua grazie ad una serie pressoché perfetta di numeri (electro) pop. Magari io stesso non l’avrei detto, ma bravi e divertenti.

A sto punto mi sposto in città, visto che in un altro locale di Barcellona, il Barts, è previsto che salga sul palco Benjamin Booker. Il giovane artista della Virginia si conferma una delle rivelazioni dell’anno scorso, con uno show elettrico, ruvido, distorto, infuocato, in cui il blues ed il soul vengono riletti con indomita furia punk. Ad un certo punto, un siparietto innocuo e simpatico con un ragazzo del pubblico crea un battibecco anche rude con la security del locale (intervenuta a bloccare lo stage diving) e la situazione, sia pur senza realmente sfuggire di mano, si fa tesa: Booker incita il pubblico a fare ciò che vuole e quasi ne fa una questione di diritti civili e libertari, il pubblico si carica e riempie di insulti i body guards che non sanno più che pesci pigliare ed invadono il palco. Un momento paradossale che ad un tratto pareva potesse finire quasi in rissa (anche contro Booker stesso, tutt’altro che accomodante, giustamente mi verrebbe da aggiungere), che per fortuna non ha inficiato la riuscita del concerto e che alla fine ha infilato un po’ di pepe rock’n’roll in un’esibizione già bruciante di suo. Insomma, grandissimo Benjamin Booker! Subito dopo, provo a spostarmi all’Apolo dove suonano i Viet Cong, ma entrare è impossibile e mi tocca ripiegare sulla saletta più piccola dove vedo gli spagnoli The Suicide Of Western Culture, una specie di versione locale dei Fuck Buttons, tra post-rock, kraut, elettronica e psichedelia oscurissima, devo dire niente male.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 380 / Luglio – Agosto 2015

Qui trovi la nostra photogallery del Primavera Sound 2015. 

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