foto: Erika Bussoletti

In Concert

Promised Land Sound live a Roma, 12/02/2017

PROMISED LAND SOUND live al Wishlist Club
Roma, 12/02/2017

Il nome presagisce territori springsteeniani ma non è così, i quattro giovani e timidi musicisti del Promised Land Sound bazzicano tutt’altre lande, spesso più vicine ai paesaggi della musica west-coast, in particolare californiana o di Portland. Il concerto organizzato da quei temerari della Sunglass Production al Wishlist, live club che sta nel quartiere San Lorenzo di Roma, è l’occasione giusta per vederli all’opera, “aperti” dal gruppo locale dei Dead Bouquet, un quartetto sintonizzato su delle ballate elettroacustiche in odore di Grant Lee Buffalo. Ma l’attesa è per i quattro di Nashville, i fratelli Joe e Evan Scala, rispettivamente basso e batteria, i chitarristi Sean Thompson e Peter Stringer-Hye, c’è curiosità tra il centinaio di presenti, poco si sa di loro se non due album alle spalle, l’ultimo For Use And Delight con la presenza di Steve Gunn in una canzone.

L’avvio è emblematico, sono in tre a cantare e immediatamente affiora la forte componente melodica del gruppo, le armonie leggere create dalle voci che si sovrappongono e si fondono rimandano ad un universo musicale che vede i Fleet Foxes miscelarsi con i Beatles, i Byrds con gli Eggs Over Easy, una vaga atmosfera di canto gregoriano trova spazio in un pop arioso e leggiadro che fa pregustare fragranze da Laurel Canyon. Fosse tutto qui il gioco dei riconoscimenti sarebbe facile ma quando le armonie si allentano, e l’aria ingentilita del loro folk-pop viene messa in stand by viene fuori l’altra faccia del PLS come se Dr.Jeckyll lasciasse posto a Mr.Hyde.

Di colpo, nella stessa canzone, generalmente più lunghe dei canonici quattro minuti, le chitarre cominciano a mordere e a gracchiare, il sound si fa acido e distorto, i tempi si dilatano ed un orizzonte psichedelico investe il palco. PLS diventa una jam band, in lontananza si scorgono i Grateful Dead e i Moby Grape, il rumore noise di qualche loro passaggio evoca perfino Frank Zappa, qualche assolo di chitarra sa di southern rock, la melodia si incastra nelle frizioni degli strumenti, se ci fosse una voce femminile si potrebbe azzardare un paragone coi Jefferson Airplane. Beninteso, tutto ciò viene mantenuto in coordinate di rumore accessibile, la psichedelia è tratteggiata con tinte pastello, le distorsioni sono sopportabili, la canzone non affonda in un noise fine a sé stesso, l’aria serena dell’ovest soffia fresca e inebriante.

Push and Pull (All The Time), She Takes Me There, Dialogue ed in generale gli altri titoli di For Use and Delight e del più acerbo primo disco passano davanti senza sconvolgere troppo le emozioni degli ascoltatori ma creando una palpabile curiosità verso i continui cambi di scena, lo sfuggire i cliché dei generi, lo scombussolare le carte. Ed è questa la caratteristica migliore del PLS, una diversità ancora in via di maturazione, con molta ingenuità strumentale e compositiva da definire in un contesto musicale più solido e accattivante, al momento curioso e stimolante.

Dalla loro hanno la gioventù e l’avere più voci a disposizione, tra l’altro il cantante principale è il bassista Joe Scala che funziona da frontman in una band senza leader, e questo porta PLS ad avere una configurazione piuttosto eclettica, armonie gentili e chitarre acide, coretti e feedeback, come invitare dei collegiali ad un acid test. Singolari.

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