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Road Novel (to the end): in ricordo di Jimmy LaFave

In ricordo di Jimmy LaFave [1955-2017]

In primo luogo, davanti a tutto il resto, compreso il blu acquatico e profondo degli occhi o l’inamovibile copricapo, veniva la voce, virile, maschia e in certi casi solenne, eppure attraversata da una traccia continua di dolcezza, come un Jackson Browne reso più energico dalla frequentazione delle pianure composte dalla polvere e dall’orizzonte del cielo, o un Rod Stewart caricato di maggior delicatezza, anziché malizia o impulso erotico, grazie alla sempiterna contemplazione degli spazi naturali della vastità americana.

Jimmy LaFave, nato in Texas (a Wills Point, nell’estate del 1955) e scomparso in Texas, pochi giorni fa, per le complicazioni di un sarcoma a cellule fusiformi dichiarato incurabile dai medici, aveva trascorso la giovinezza, seguendo gli spostamenti del padre (agente di commercio), in Oklahoma, dove aveva conosciuto molti dei protagonisti di quello che avremmo imparato a conoscere come movimento Red Dirt — un intreccio di country ruvido e canzone d’autore venuto alla ribalta negli anni ’90 — nonché incontrato un mentore di nome Bob Childers, col quale aveva condiviso la passione per Bob Dylan e la volontà di raccogliere gli ascoltatori intorno a un brano per voce e chitarra, privo di effetti speciali ma ricco di emozioni, trasporto e sincerità.

Nel 1979, ancora residente in Oklahoma, LaFave aveva registrato un album — Down Under — presto caduto nel dimenticatoio, e altri due — l’autoprodotto Broken Line (1981) e il malinconico Highway Angels… Full Moon Rain (1988) — ne avrebbe incisi prima di riuscire a farsi notare con quel debordante Austin Skyline (1992), suddiviso tra brani di Dylan e pezzi autografi, di nuovo confezionato nello stato della stella solitaria dopo averne subìto la lontananza per più di vent’anni. Da allora, non solo LaFave non ha mai sbagliato un disco, perché al successivo Highway Trance (1994) si potrà forse imputare il fatto di aver cercato con troppo furore una dimensione rockinrollista talvolta sfuggita di mano, al meditativo Buffalo Return To The Plains (1995) d’aver ecceduto con le tracce abbonate a un intimismo astrale e western risolto attraverso lunghe, amare e assorte ballate country-rock e al logorroico Road Novel (1997) di aver slacciato le briglie di un immaginario frammentato, a base di poesia beat, pensierose serenate rootsy e intensi soliloqui folkie, ma a nessuno di loro si possono rimproverare l’assenza di ispirazione e convincimento; non solo, al nostro non è mai mancata la capacità, dallo spumeggiante Texoma (2000) all’ultimo, dolente The Night Tribe (2015), con un titolo ispirato alla ragione sociale del primo gruppo messo in piedi durante l’adolescenza, di far combaciare folk-rock e acquerelli bucolici, sonorità rallentate e atteggiamenti stentorei.

In mezzo ci sono stati — il primo volume uscito nel 1998, il quinto lo scorso anno — la pentalogia della serie Trail, consacrata alla documentazione degli scorci dal vivo e delle curiosità rimaste fuori dalla produzione ufficiale, le riletture da Bob Dylan (onnipresente), Butch Hancock, Townes Van Zandt, Bruce Springsteen, The Band, JJ Cale e Neil Young, la fondazione di un’etichetta (Music Road), le partecipazioni innumerevoli ai più svariati festival del circuito folk, la manutenzione del culto di Woody Guthrie, un disco bellissimo e crepuscolare come Depending On The Distance (2012), uno più screpolato e folkeggiante come Cimarron Manifesto (2007), un altro ancora vellutato e introspettivo come Blue Nightfall (2005).

Dentro tutto questo, come detto, la magia di una voce unica e il magnetismo di storie minime, dove ognuno potesse rispecchiarsi, scivolando tra i tratti essenziali di un linguaggio sognante e romantico, così genuino e sentito da conoscere anagrafe o date di scadenza. Uno dei tanti motivi per cui le composizioni, le lunghe parentesi strumentali, il canto, la stupenda dimensione corale e le schegge di vita di Jimmy LaFave ci mancheranno, è proprio questo: perché è ascoltando brani come i suoi che, presa coscienza della nostra finitezza, ci siamo resi conto di quanto fosse piacevole ingannare le ore, gli anni, la vecchiaia e la morte con lo scandalo di canzoni al tempo stesso familiari e senza tempo, mille volte già sentite nel loro impasto di cadenze dylaniane, strumentazione country e dissolvenze da autore grande e rarefatto, e nondimeno a ogni nuova occasione indispensabili.

 

 

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