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Rolling Stones: Sticky Fingers Revisited

Pubblicato nell’aprile del 1971 quando i Rolling Stones erano  già in “esilio” per motivi fiscali in Costa Azzurra, Sticky Fingers rappresenta un disco spartiacque nella carriera della band. Innanzitutto è il loro primo disco degli anni settanta, almeno tra quelli registrati in studio, una decade che tra cento peripezie li vedrà andare su e giù come una barca in balia della tempesta, è il disco che inaugura la loro etichetta personale con la leggendaria linguaccia rossa come logo, diretta da Marshall Chess, figlio del fondatore della Chess di Chicago e distribuita dalla Atlantic di Ahmet Ertegun, ed è il disco benedetto da una delle più iconiche copertine della storia del rock, quei jeans Levi’s disegnati da Andy Warhol con la zip che si apre sugli slip e sul ventre di un modello, ed è soprattutto l’album che riporta i Rolling Stones in vetta alle  classifiche americane, sei anni dopo Out Of Our Heads.


Da molti definito il più grande successo dei Rolling Stones, pur pubblicato a fianco dei mitici cinque pezzi facili della band, ovvero l’esaltante tombola costituita da Beggar’s Banquet, Let It Bleed, Get Yer Ya-Ya’s Out ed Exile On Main Street, cinque capolavori in quattro anni. Quando uscì ebbe un immediato riscontro di popolarità e di consenso tra pubblico e critica, fu subito amato e preso a simbolo della trasformazione dei Rolling Stones inglesi legati ai singoli di successo in quelli americani più complessi, sfaccettati e devastanti dal vivo. Fu un successo immediato, a contrario di Exile per cui ci volle un po’ di tempo per digerire quel suono caotico e “confuso”e la mancanza di dirompenti singoli da classifica. Sia Tumbling Dice che All Down The Line non potevano competere con le due canzoni che, come una sberla senza preavviso, aprivano la facciata A e B  di Sticky Fingers, sulla prima c’era Brown Sugar, il  parente più stretto di Jumpin’ Jack Flash con quel titolo che alludeva al sesso e alla droga e quel riff  marchiato dalla chitarra di Richards, sulla seconda c’era Bitch, provocatorio titolo che non faceva altro che ribadire la loro misoginia ed il loro sfacciato maschilismo, una canzone col titolo di puttana faceva impallidire gli stessi David Bowie e Lou Reed. Il risultato fu che Sticky Fingers entrò subito nel cuore degli appassionati di rock ergendosi ad immagine di una band che all’epoca non aveva rivali nel focalizzare quel contorto mix di trasgressione, decadentismo chic e ciò che ancora rimaneva della ribellione giovanile. Erano gli Stones al top della loro provocatoria ispirazione, insolenti ed arroganti, solo qualche mese dopo aver soffiato sul fuoco ad Altamont, loro erano il rock n’roll, i Led Zeppelin erano ancora in rampa di lancio e i Faces troppo cockney per essere delle star da jet set.

Gli Dei si erano rifugiati a Villefranche sur Mer, affacciati sulla baia dove era ormeggiato il vecchio panfilo di Erroll Flynn, decadenti ma con classe da vendere. Nonostante avessero lasciato in fretta e furia l’Inghilterra dopo un fugace Farewell Tour, nella primavera del 1971, agli occhi di tutti, i Rolling Stones sembravano in gran forma, più cool che mai pur essendo stati molto vicino a quello che gli inglesi chiamano Queer Street, la strada della rovina, ovvero cattive circostanze, penuria, debiti, bancarotta e perdita di credibilità. Con Altamont avevano rischiato di compromettere la loro credibilità ma ne erano usciti diabolicamente rafforzati, se non altro perché il patto col diavolo, visto l’entrata in scena di Rupert Loewenstein, uno che maneggiava i soldi come loro maneggiavano le droghe, lo avevano firmato davanti ad un notaio ed il cambio di scenario nel management e nella casa discografia, nell’immediato futuro voleva dire un fiume di soldi direttamente nelle loro tasche. Vendite di dischi e arene piene permettendo. Cose che non hanno mai fatto difetto agli Stones e in quei giorni di esilio confermava la regola che più sei canaglia più la fortuna ti arride.

Scorazzavano in lungo e in largo sulla Costa Azzurra, tra i casinò di Beaulieu, le donne di Nizza e gli spacciatori di Marsiglia ed intanto Sticky Fingers scalava le classifiche di tutto il mondo imponendo la loro beffarda e sguaiata linguaccia a fior di dollari. E’ la spregiudicatezza che fa il rock n’roll, specie in quell’era ancora innocente di vizi, sperperi & rivoluzione, e loro ne erano i maestri. Così la Bibbia dell’epoca, Rolling Stone recensì Sticky Fingersnel cambio di decade tra gli anni sessanta e gli anni settanta i Rolling Stones non solo sono ancora vitali ma smerdano tutto il resto della produzione rock”. Al di là delle fortune e dei patti diabolici, è bene sottolineare che quando fai seguire ad un capolavoro come Let It Bleed un altro capolavoro vuol dire che il tempo sta veramente dalla tua parte, nel senso che si possiede l’estro, la creatività e la capacità di cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo nei suoi plurimi aspetti, sia estetici che ideali, se tale termine non fosse troppo impegnativo per tipi che hanno badato più che altro ai soldi, al divertimento. Oltre alla gloria. La strada li ha glorificati sempre e comunque, anche nei momenti più bui ma in quegli anni ogni cosa che gli Stones facevano diventava leggendaria. Ad esempio, la copertina di Sticky Fingers.

Jagger chiese a Andy Warhol, altro narcisista di rango, di ideare una copertina quando ancora l’album non aveva un titolo. La sfida fu proteggere il vinile dalla zip, autentica, funzionante ed in rilievo e posizionata sulla parte anteriore della copertina. Un inserto di cartone raffigurante un ventre maschile con tanto di slip e peluria, funse da barriera. Gli Stones diedero 15 mila sterline a Warhol per concepire la copertina, risultata essere un art-work da museo di arte moderna. Come racconta Bill Wyman nel suo Rolling With The Stones, il giovane con i jeans era l’amico di Warhol Corey Tippin, qualcuno dice che fosse l’attore della Factory Joe Dallesandro, altri che Warhol avesse pescato l’immagine da una collezione di foto scartate. In seguito l’assistente di Warhol Craig Braun dichiarò che il modello sulla parte anteriore della copertina era Jed Johnson e quello in mutande lo stesso. Quella non fu l’unica copertina dell’album in circolazione, per  anni rimase un boccone prelibato per collezionisti la copertina dell’edizione spagnola raffigurante una lattina con la dicitura Fowler’s West India da cui spuntavano delle dita di donna insanguinate a bagno in una melassa non meglio identificata. Un disegno pulp che il regime di Franco aveva permesso al posto degli “sconci” jeans con zippo. Mai capiti i fascisti.

Sticky Fingers fu inciso in posti diversi, ci furono  registrazioni negli studi Olympic e Trident di Londra, in Alabama a Muscle Shoals e a Stargroves, il maniero di Mick Jagger a East Woodhay dove  le session si protrassero per tutto il novembre del 1970 con alla consolle Andy Johnse Glyn Johns ed il produttore Jimmy Miller. Ma la storia dell’album inizia ben prima di quell’inverno, nella settimana precedente Altamont, durante il tour americano del 1969 quando gli Stones si fermarono per tre giorni a Sheffield in Alabama per registrare ai Muscle Shoals Sound Studios.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 379 / Giugno 2015

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