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Sam Andrew (1941-2015): Kozmic Blues Revisited

KOZMIC BLUES REVISITED
Sam Andrew, 1941-2015

La maggioranza degli ascoltatori, inevitabilmente, lo ricorderà come colui che ha fatto conoscere al mondo il talento canoro disperato, ossessivo e perdutamente romantico di Janis Joplin, ma Sam Houston Andrew III, meglio conosciuto come Sam Andrew, è stato anche, a suo modo, uno dei musicisti più rappresentativi degli anni ’60, una delle possibili epitomi di un decennio in cui, prima del punk e di qualsiasi rivoluzione per autodidatti, la musica, grazie alla sovvertimento democratico del rock and roll, si è aperta a chiunque avesse un messaggio da consegnare, un’utopia da inseguire, un sogno di cambiamento da materializzare.
Figlio di un militare di grado in quel di Okinawa, nel Giappone meridionale (dove il nostro era cresciuto), influenzato allo stesso modo dagli shouter del primo r’n’r come dalla scarna essenzialità del blues, Andrew ha incarnato l’icona del chitarrista dal gesto tecnico relativamente povero e nondimeno dotato di espressività e feeling a tonnellate, dell’artista talmente umile, e consapevole dei propri limiti, da istituire un gruppo – i celeberrimi Big Brother & The Holding Co. – dove a contare, anziché il virtuosismo, erano la capacità di emozionare e raccontare con poche, sorvegliate note. Parlare di Sam Andrew e dei Big Brother significa tornare indietro nel tempo, dentro le pieghe, i giorni e le ore di un’epoca elettrizzante in cui gli stimoli sembravano provenire tutti da un’unica, inesauribile fonte: quella della musica nordamericana intenta a riscoprire le proprie radici e quindi attualissima, benché profondamente radicata nel passato, pure nelle interpretazioni di una Joplin intenta a sputare la personale solitudine in un microfono impregnato delle stesse volgarità di Big Mama Thornton, delle amarezze carnali di Billie Holiday, del disagio abissale di Patsy Cline, il tutto mentre la sei corde di Andrew affidava all’incisione riff tanto elementari quanto gonfi di idealismo e tristezza esistenziale.
Andrew aveva fondato i Big Brother nel 1965, un anno prima di includervi Janis, e nel ’68, due anni dopo il successo planetario di Piece Of My Heart e Summertime, li aveva lasciati per seguire la cantante nel corso delle registrazioni di un I Got Dem ol’ Kozmic Blues Again Mama! (1969) – il disco più gospel nel fiammeggiante catalogo della Joplin – stracolmo di colleghi riconducibili alla scena blues e folk di San Francisco. In seguito allo scioglimento dei Big Brother, coi quali era tornato a collaborare dopo la tragica e prematura dipartita di Janis Joplin, dal 1972 Andrew si era trasferito a New York, dove aveva iniziato a musicare diverse colonne sonore e a divertirsi con esperimenti dal retaggio classico, fino al 1987 della reunion col gruppo madre e al 2001 del musical Love, Janis, allestimento teatrale scritto dalla sorella dell’artista (Laura) e dal nostro diretto, sotto il profilo delle musiche, con malinconia e affetto infiniti.
È morto il 12 febbraio, a causa delle complicazioni sorte dopo l’intervento a cuore aperto di dieci giorni fa (reso necessario da una serie microinfarti occorsi tra il 2014 e il 2015): negli anni ’90 aveva girato la nazione con la sua Sam Andrew Band, testimoniando la vivacità di un modo di concepire la vita dello strumento (la sua sei corde ha influenzato Syl Sylvain dei New York Dolls come Tad Kubler degli Hold Steady) in cui la pienezza e l’autenticità dell’istinto contavano più di qualsiasi idea di ginnastica formale. Non ha imposto uno stile ma un pensiero, e di questo, non bastassero i lavori discografici, non potremo mai smettere di essergli grati.

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