Foto: Rodolfo Sassano

In Concert

Sigur Rós live ad Assago (MI), 17/5/2017

Che tra i Sigur Rós e l’Italia ci sia un ottimo rapporto lo dimostrano le volte che la band islandese è venuta a suonare dalle nostre parti, a dar retta al sito setlist.fm ben 24! All’interno di questo specialissimo legame, un posto d’onore lo ha senz’altro Milano (e dintorni) che dal 2001 ad oggi ha visto transitare la band per ben 8 volte. Questa al Forum d’Assago, accolta da un quasi ovvio sold out, a conferma di quanto detto finora, era l’unica data italiana del loro 2017 Autumn European Tour, un ciclo di concerti che a partire da novembre cambierà nome e si sposterà in Sud America, per poi terminare con quattro date all’Harpa Concert Hall di Reykjavik, tra Natale e l’ultimo dell’anno.

Con l’ultimo album in studio uscito ormai ben 4 anni fa, in questi concerti la band sta da una parte celebrando il proprio repertorio, dall’altra iniziando a provare alcuni brani che andranno presumibilmente a comporre il seguito di Kveikur. Nessun opening act in questo tour, per dar loro modo di esibirsi in due distinti set, separati l’uno dall’altro da una pausa di venti minuti circa.

Ormai definitivamente un trio formato da Jónsi Birgisson a voce, chitarra e tastiere, Georg Hólm a basso, tastiera, xilofono e cori e Orri Páll Dyrason a batteria e tastiera, i Sigur Rós si fanno anticipare da un sordo drone che accompagna l’ingresso del pubblico nel Forum, interrotto solo dal loro salire sul palco intorno alle 21:05. Alle loro spalle vi sono dei fascinosissimi visual, i quali aggiungono suggestione a quanto prodotto musicalmente dai tre.

La prima parte di show è quella più eterea e lirica, quella più ambientale verrebbe da dire. Il dream pop ipnotico e dalle venature wave di un pezzo nuovo quale Á è indicativo di quanto andrà a seguire. Non che manchino alcune esplosioni chitarristiche di tanto in tanto – nell’andamento ascensionale di Glósóli ad esempio o in qualche frammento più rock di E-Bow o di Dauðalagið – ma a tenere banco sono senza dubbio le spirali malinconiche di Ekki Múkk, le campiture brumose di Fljótavík o le fronde ombrose di pezzi nuovi come Niður o Varða. In questa sezione del concerto persino i visual sono discreti, più attenti a far figurare i tre membri della band quali figure fantasmatiche come la musica messa in campo, che altro.

Diversa la seconda parte di spettacolo, aperta da una Óveður quasi electro-pop, per poi lasciare subito spazio ad una Sæglópur che parte quieta per poi esplodere di elettricità satura. Memorabile la mitica Ny Battery, con Jonsi sovrastato da un’apparato luci che pare una navicella spaziale, mentre con l’archetto tortura la sua chitarra per tirarne fuori suoni lancinanti, pronti a cristallizarsi in quello che era e rimane uno dei pezzi più belli della loro carriera. È ovviamente la parte più trionfale del concerto, visivamente pazzesca grazie ad un lavoro di light design autenticamente originale, ma soprattutto grazie a classici quali Vaka, Festival e la consueta Popplagið a chiudere il tutto con il suo sfoggio di epica magniloquente.

L’essere rimasti in tre ha dato al loro suono un’asciuttezza maggiore che credo gli faccia bene e, al di là di un pizzico di fredda distanza nordica – due parole messe in croce, a me è parso addirittura in islandese, inchini e ringraziamenti solo nel finale – un concerto come sempre di gran classe.

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