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Sonny Landreth, Bound By The Blues

landrethSONNY LANDRETH
Bound By The Blues
Provogue/Mascot
***½

Superata la boa delle sessanta primavere, Clyde Vernon “Sonny” Landreth, recupera le proprie radici artistiche e musicali con un disco di puro blues elettrico che, seppur privo di inutili autocelebrazioni, suona come una dedica a se stesso, a un percorso iniziato ormai quaranta e passa anni fa, alla voglia e al bisogno di riannodare i fili di una memoria troppo spesso gestita in maniera incosciente. Puntualizzazione forse inutile, per un artista di certo percepito come appartenente al filone «blues», e tuttavia necessaria di fronte a chi, come Landreth (detto anche «il re dello slydeco» per la capacità di unire il suo personalissimo approccio alla tecnica slide con il milieu sonoro della tradizione zydeco), ha fatto della contaminazione tra stili un marchio di fabbrica, sia enfatizzando i tratti più autoriali, da songwriter, delle proprie opere soliste (giunte oggi al nono episodio), sia collaborando con colleghi quali Jimmy Buffett, John Hiatt, Marshall Crenshaw o Mark Knopfler.

Le dieci canzoni di Bound By The Blues rimettono al centro della scena un torrido blues elettrico alla Muddy Waters (citato, nella title-track, assieme a altri due eroi del nostro, Jimi Hendrix e la folksinger pellerossa Buffy Sainte-Marie), senz’altro contaminato dai mid-tempos paludosi e rockeggianti di Professor Longhair e Guitar Slim (referenti inevitabili per un musicista della Louisiana) ma in ogni caso più incline a lasciarsi andare al fragore di pennate hendrixiane dove il piacere ruvido dell’esecuzione sovrasta di gran lunga l’intreccio tra panorami roots e canzone d’autore di dischi come South Of I-10 (1995) o Levee Town (2000).
D’altronde, dopo il compendio di modalità e forme d’espressione erse (dal reggae alla musica classica, dal country al composizioni orchestrali) presentato dall’ultimo Elmental Journey (2012), tutto strumentale e un po’ scolastico, ritornare alla semplicità, all’intensità e alla purezza del blues più classico è stata la scelta giusta per non soccombere al virtuosismo fine a se stesso di una produzione tanto strabiliante, dal punto di vista tecnico, quanto avara, negli ultimi tempi, di emozioni sanguigne. Landreth non rinuncia a sperimentare con progressioni ai confini del jazz: accade per esempio nella rilettura di un classico degli anni ’40 come Key To The Highway, resa celebre da Derek & The Dominos e ora frastagliata in un continuo ricorso al delay della Stratocaster (un probabile retaggio dei primi passi dell’artista nel mondo della musica, compiuti ricorrendo alla tromba anziché alla sei corde), oppure nel trascinante frullato di stacchi e improvvisazioni dell’ultima Simcoe Street. Ma il cuore vivo di Bound By The Blues si trova nei riff secchi e telegrafici, di rumorosa osservanza classic-rock, delle varie It Hurts Me Too (modello inarrivabile, scritto da Tampa Red nel 1940, di qualsiasi chitarrista slide) e Cherry Ball Blues (Skip James trasportato in un’esplosione rockista degna del Ry Cooder dei ’70), nei lunghi e insisti assoli di una Walkin’ Blues (Son House) incalzante come avrebbe potuto pensarla Paul Butterfield, nello shuffle incendiario di una Dust My Broom (Robert Johnson) inzuppata di elettricità e ferocia, nella notturna ballata Where They Will, nel rock-blues animalesco di una strumentale Firebird Blues (in omaggio allo scomparso Johnny Winter) in cui la sezione ritmica di Brian Brignac (batteria) e David Ranson (basso) macina scossoni funky sporchi, selvaggi, scorticati.

Il gesto di Sonny Landreth schiaffeggia le orecchie dell’ascoltatore con grinta muscolare, rapprende la furia nella brutalità del linguaggio, produce uno stato di eccitazione per nulla addomesticato e tutt’altro che mansueto; di innovazione non si parla, perché qui non c’è nulla di inesplorato, ma in tutta sincerità nessuno sentiva il bisogno di farlo. Detto questo, Bound By The Blues può essere definito un album indispensabile, uno di quelli in grado di riformulare le coordinate di un genere spesso prigioniero del suo stesso istinto di conservazione? Probabilmente no. Eppure rappresenta lo stesso uno dei pochi modi accettabili di vedere il blues al giorno d’oggi: alzando la voce, senza toni lamentosi e generici, senza approssimazioni, ma con una tonnellata di energia e feeling da vendere.

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