foto di Lino Brunetti

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Speciale su Will Oldham: la storia, i dischi e l’arte

Da oltre vent’anni è uno dei più grandi ed originali singer songwriters in circolazione. Ha appena pubblicato un nuovo album ed ha alle spalle una discografia sterminata, praticamente priva di vere cadute di tono. Ha fatto musica facendosi chiamare Palace Brothers, Palace MusicPalace Songs, Bonnie “Prince” Billy, anche col suo nome di battesimo. Signore e signori, la storia, i dischi e l’arte di Will Oldham. 

 

Will Oldham nasce a Louisville, nel Kentucky, il 15 gennaio del 1970, secondo di tre figli. I primi contatti con la musica li ha in famiglia, tramite i dischi dei genitori e del fratello maggiore: “I miei avevano dei dischi. Quando ero giovane, i miei due o tre album preferiti erano probabilmente West Side Story, il musical di Broadway Hair e soprattutto The Very Best Of The Everly Brothers, che ho ascoltato a ripetizione centinaia di volte. Ricordo anche che i miei avevano un paio di dischi di Leonard Cohen, The Best Of Leonard Cohen e Death Of A Ladies Man. […] Anche mio fratello maggiore aveva dei dischi. Mi ricordo dei Fall, Slates EP, Transformer di Lou Reed e Rocket To Russia dei Ramones, ma ricordo pure che ascoltava cose come James White & The Blacks, Skafish, Bauhaus, X, Minor Threat, The Meatmen, un bel mucchio di roba eccezionale”.
Inizialmente non è però la musica a colpire la fantasia del giovane Will, bensì il cinema e la recitazione. Sconvolto dalla visione di Singing In The Rain con Gene Kelly, quando è ancora meno che adolescente entra nella compagnia teatrale del locale Walden Theatre per farsi le ossa. Fino ai diciannove anni viene completamente assorbito dalla sua attività di attore: compare in diverse produzioni locali, in qualche film per la televisione, ma anche in pellicole come What Comes Around di Jerry Reed, Matewan di John Sayles, Thousand Pieces Of Gold di Nancy Kelly. Negli anni – praticamente fino ad oggi – tornerà ancora diverse volte a recitare, ma ad un certo punto della sua vita, improvvisamente, proverà un senso di disillusione nei confronti del lavoro d’attore, iniziando a rendersi conto che non era probabilmente quello, ciò che voleva fare nella vita. Anche perché gli amici con cui si accompagna si chiamano Britt Walford, Brian McMahan, David Grubbs, Clark Johnson, David Pajo, tutta gente che poi ritroveremo non solo in alcuni dei suoi dischi ma, soprattutto, in band seminali quali Slint, Squirrel Bait, Gastr Del Sol, The For Carnation, giusto per citarne qualcuna. Un po’ tutti lo esortano a formare una band con qualcuno di loro – avrebbe potuto far parte degli Slint, finirà con l’essere solo l’autore dell’icastico scatto di copertina di Spiderland – ma non è ancora convinto, non si sente un vero musicista. La spunta invece qualche tempo dopo il fratello Ned, con cui inizia a suonare nei locali di Louisville sotto il nome di Palace Flophouse (il nome arriva dalla novella di Steinbeck, Cannery Row). Iniziammo come Palace Flophouse ma presto decidemmo di scrivere canzoni e cantarle come Palace Brothers, anche perché il tentativo era quello di creare delle armonie alla maniera degli Everly Brothers o dei Louvin Brothers. Sono di questo periodo canzoni come Ohio River Boat Songs o Riding – le cui prime versioni appariranno poi sulla compilation Lost Blues And Other Songs – che vengono inviate ad un paio d’etichette per vedere cosa ne viene fuori. Una di queste, la Drag City (con la quale Oldham è accasato ancora oggi), risponde entusiasticamente e convince Oldham a firmare con loro facendogli sentire un 7” dei SilverJews. Il primo singolo ad uscire a nome Palace Brothers è proprio Ohio River Boat Song, preludio al disco d’esordio che, nonostante le perduranti esitazioni di Will, vieni di lì a poco allestito e pubblicato. There Is No-One What Will Take Care Of You esce nel 1993 circondato dal mistero. All’epoca della sua pubblicazione, in piena era grunge, non è certo la musica country e folk quella più in auge. L’album esce senza che nessun musicista sia accreditato, ma appaiono dei ringraziamenti che fanno partire una serie di speculazioni circa la partecipazione di questo o quell’importante membro della comunità indie. Per farla breve,il tutto parte all’insegna del mito e del mistero  e il disco si guadagna attenzioni da parte di critica e pubblico, contribuendo a dare il via a quello che poi sarebbe stato conosciuto quale alternative-country o persino anti-folk. Accanto a Will – oggi lo sappiamo – ci sono musicisti come Walford, McMahan, Todd Brashear, Grant Barger, Paul Greenlaw. Non è ovviamente il miglior lavoro di Oldham, ma buona parte delle caratteristiche della sua musica ci sono già: dai testi oscuri ed a volte enigmatici (con temi quali il peccato, l’alcolismo, il degrado, la mancanza di speranza), alla costruzione di fascinose armonie vocali (qui ancora dissimulate in una sgangheratezza di fondo), all’utilizzo della tradizione come fondale o base per esplorazioni cantautorali infine del tutto personali. Il suono è minimale ed informale al massimo, praticamente senza produzione: il country la fa da padrone (vedi pezzi come la traballante Idle Hands Are The Devil’s PlaythingsI Tried To Stay Healthy For You, una ballata come O Lord Are You In Need?), ma non è l’unico elemento in campo. La bellissima Long Before, retta dal banjo, ha un piglio da ballata gotica, quasi senza tempo; (I Was Drunk At The) Pulpit è un pezzo folk dal testo fluviale; The Cellar Song, la title- track e Merida evidenziano arrangiamenti più pieni ed uno splendido gusto per la melodia; la rilettura di un traditional, via Washington Phillips, come I Had A Good Mother And Father vira il tutto verso lidi old time; la magnetica Riding, un futuro classico, è oscura e drammatica, ma trova una parziale redenzione nella dolcezza folk di O Paul. Pubblicato l’album arrivano le prime offerte per suonare dal vivo – ad esempio in apertura dei riformati Big Star – ma pure i primi idiosincratici atteggiamenti da parte di Oldham: “Si presupponeva andassimo in tour. Fu lì che iniziai a capire che si trattava di una cosa nuova, di una cosa di cui non necessariamente volevo essere parte. […] Quello che volevo era fare musica, essere capace di sentirla e avere altra gente in grado di ascoltarla. Perché andare in tour? […] La Drag City, la Domino, se ne stanno sempre lì a parlare di fare concerti, promozione, tutto questo genere di cose. […] Non mi piace stare sul palco[…] ma sono sceso a patti con questa cosa e […] per me il solo modo di renderla un’esperienza piacevole è sparire il più possibile all’interno delle canzoni”.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n.372 / Novembre 2014

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