foto di Rodolfo Sassano

In Concert

St. Vincent live, Alcatraz Milano, 17/11/2014

È un personaggio complesso e stratificato Annie Clark: polistrumentista (prevalentemente una chitarrista, suona anche piano, violino, clarinetto e molti altri strumenti); capace di collaborare musicalmente coi personaggi più disparati, dai Polyphonic Spree, Glenn Branca e Sufjan Stevens (coi quali ha mosso i primi passi, essenzialmente da turnista) a David Byrne (con cui ha, non troppo tempo fa, realizzato un album in tandem), fino ad arrivare agli Swans (è tra gli ospiti del recente To Be Kind); sempre in qualche modo inafferabile, a partire dai testi di certe sue canzoni, per arrivare ad un’immagine pubblica al contempo sexy e distaccata. Ovvio che, vista anche la bellezza del suo ultimo album, intitolato col suo stesso nome d’arte, St. Vincent (moniker attinto da un verso di There She Goes My Beautiful World di Nick Cave), c’era una certa curiosità di vedere come avrebbe impostato il suo ultimo spettacolo, denominato Digital Witness Tour. Spettacolo, in effetti, lo è stato davvero perché, sia pur senza particolari effetti scenici e mantenendo comunque il feeling di un concerto rock, nel suo modo di stare sul palco e di proporre le canzoni, è comunque presente una palese teatralità, evidente nel ricorso a vere e proprie coreografie e ad un paio di presentazioni parlate, molto più simili ad una interpretazione attoriale da teatro off, che non all’introduzione di una canzone. Accompagnata da una band (batteria, tastiera, tastiera/seconda chitarra) capace di riprodurre sul palco le atmosfere dei suoi dischi, in particolare dell’ultimo – e quindi in bilico tra calore umano e glacialità elettronica, perfetta esplicitazione sonora del leit motiv tematico dell’intero show – St. Vincent ha convinto senza misure, esprimendo una creatività ed una bravura quasi intimorente ed inquietante, praticamente tenendo tutto sulle sue spalle il peso della riuscita del concerto. Al di là della bellezza di buona parte delle sue canzoni e degli accostamenti azzardati in ambito pop che propone, ha colpito molto la sua evidente (e per questo sempre un filo troppo intellettuale) lucidità, in cui nulla è lasciato al caso. Tra momenti di funk digitale memori della lezione Talking Heads (Rattlesnake, Digital Witness), ballate eteree bladerunneriane (una I Prefer Your Love in cui ha fatto esplodere tutta la sua sensualità, Prince Johnny), scampoli di più classico pop-rock (Regret) e momenti di allucinata dissonanza (la stratosferica Bring Me Your Love; il finale noise, liberatorio, infuocatissimo con Your Lips Are Red), per un’ora e mezzo è stato un rincorrersi di suggestioni ed emozioni diversificatissime. Validissima songwriter e cantante, è stato inoltre sorprendente scoprire una chitarrista stratosferica, dalla tecnica pazzesca, un piacere per gli occhi come per le orecchie. Veramente grande insomma!

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