Recensioni

Stefano Meli, No Human Dream

Cover album No Human Dream di Stefano MeliSTEFANO MELI
No Human Dream
Seltz Recordz
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Come scriveva l’alpinista Reinhold Messner in uno dei suoi tanti saggi, “...la solitudine è una forza che ti annienta se si scatena dentro di te inattesa; che ti porta oltre il tuo orizzonte se sei in grado di sfruttarla per te…” e potrebbe essere con questa consapevolezza che il chitarrista Stefano Meli ha affrontato la realizzazione del suo nuovo album No Human Dream, isolandosi tra le pareti dello sperduto Little Lost Cat Studio Recording per dar vita a musiche che trasudano solitudine e orizzonti lontani. Probabilmente San Giacomo in provincia di Ragusa non è il miglior posto da cui contemplare il mondo, ma è perfetto per isolarsi da tutto il rumore che quotidianamente ci circonda e fermarsi ad ascoltare le idee che girano nella testa: una situazione che insieme alla compagnia di un paio di chitarre vintage hanno fatto in modo che il principio espresso dal grande scalatore si realizzasse nella mente di Stefano Meli, proiettando il suono e l’immaginazione ben oltre i confini di un paesino perso nelle campagne del ragusano. La musica che riempie No Human Dream evoca l’immaginario leggendario di qualche incrocio lungo le strade del Mississippi, l’aria sottile delle cime dei Monti Appalachi o le sabbie eterne di un qualsiasi deserto americano: visioni che affiorano insieme a tante altre in uno spettacolare intreccio elettroacustico di febbricitante blues, folk pastorale e spirito d’avanguardia reso ancora più scenografico dal carattere esclusivamente strumentale delle composizioni. Grazie alla grande sensibilità e alla tecnica straordinaria di Stefano Meli, No Human Dream suona come un disco fuori dal tempo e dallo spazio, evocando gli scenari di un’America o di un’Italia periferica e desolata, attraverso una musica malinconica e dolcissima, affascinante e a tratti nervosa, che fruga tra la polvere dell’anima come un romanzo di William Faulkner o una pagina di Giovanni Verga. Sebbene le vibrazioni delle chitarre di Meli, il dobro e l’armonica siano la voce narrante dell’intero No Human Dream, a fargli da splendida corale ci sono le sfumature e i chiaroscuri orchestrati dai Gentless3 (Carlo Natoli e Sergio Occhipinti al basso, Sebastiano Cataudo alla batteria) e dalla violinista spagnola Anna Galba, un’ensemble con il senso della misura e dello spazio che amalgama suoni come fossero colori, quando partono il pastorale fingerpicking dell’ariosa Petra, il blues faheyano di una splendida Tree, le cinematiche progressioni di una letteraria Sonoma, le malinconie mississippiane della meravigliosa Rain, le fantastiche visioni psichedeliche di una cooderiana Desert o le ombre spettrali di una After Midnight da brividi. Se fosse nato dalle parti di Fredericksburg in Virginia, a quest’ora Stefano Meli verrebbe considerato uno dei più rispettati virtuosi di ultima generazione al pari di Daniel Bachman o William Tyler; nel nostro paese e non solo nell’isolamento della natia Sicilia, è costretto a battere le più profonde periferie del music business, nonostante dalle nostre parti, dischi affascinanti e intensi come No Human Dream siano estremamente rari.

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