Foto: Cristina De Maria

Interviste

Steve Earle: My Old Friend The Blues

Al sedicesimo album di studio, e all’indomani del sessantesimo compleanno, Steve Earle non sembra aver perso la voglia di esplorare nuovi territori, o di ripercorrere vecchie strade da prospettive  diverse. Dietro Terraplane ci sono il blues acustico del Texas, un record di matrimoni e  divorzi, qualche figlio, la passione mai sopita per la poesia, una continua urgenza creativa e tutte le cose di cui abbiamo avuto occasione di parlare nel corso di una lunga chiacchierata telefonica.


Io partirei dalla domanda più elementare: come mai un disco blues?
Be’, si trattava di una cosa alla quale ho girato intorno  praticamente da sempre. Essendo cresciuto nel Texas meridionale, ho incontrato abbastanza presto un certo tipo di blues, per esempio quello di Lightnin’ Hopkins, soprattutto blues acustico. Mentre da ascoltatore ho sempre avuto una predilezione per il blues di Chicago. Magari fino a oggi, pur avendo provato a inserire qualche traccia di blues nei miei lavori, non ho mai avuto il coraggio di confezionare un intero album all’insegna del blues perché temevo di non riuscire a onorarne lo spirito, l’essenza. Poi ho pensato che in fondo Bob Dylan, uno dei miei beniamini, fa dischi blues da sempre, non solo da qualche anno a questa parte… probabilmente per un songwriter il confronto col blues è naturale. Se ascolti bene un disco come Bringing It All Back Home la struttura dei pezzi è riconducibile quasi per  intero al blues, ma lo stesso discorso vale anche per Highway 61 Revisited. Quindi tra me e me ho iniziato a pensare… perché no? In fondo avevo la band giusta per farlo. Chris Masterson è il miglior chitarrista con cui abbia mai avuto a che fare. Inoltre continuavo a scrivere una serie di pezzi che andavano in quella direzione. La cosa buffa è stata che nel momento in cui scrivevo i brani di Terraplane, è arrivato T-Bone Burnett chiedendomi di comporre alcuni pezzi country per Nashville, lo sceneggiato televisivo prodotto da sua moglie. Alla fine quelle canzoni non sono state usate, ma in pratica ho per le mani un disco country quasi terminato, perciò credo proprio che prossimamente pubblicherò quello.

Da un certo punto di vista avevo pensato, ascoltando i testi dell’ultimo The Low Highway (2013), dove ritraevi il tuo paese come investito dall’ondata di una nuova Grande Depressione, che con Terraplane avessi voluto rileggere anche i suoni della crisi economica degli  anni ’30.
Sarebbe impossibile negare alcuni punti di contatto tra la depressione di allora e quella di oggi, in apparenza dietro l’angolo, almeno a giudicare dagli indicatori economici. Per quanto mi riguarda continuo a vedere un divario ingiustificabile tra i profitti delle grandi compagnie e lo standard di  vita di molti concittadini meno fortunati di me. Però no, direi che in questo caso se sono arrivato al blues è stato per ragioni e passioni personali, non per motivazioni politiche.

Ti sei rifatto a qualche modello specifico, nel configurare l’album?
Sì, naturalmente. A parte i riferimenti a Hopkins e Mance Lipscomb, inevitabili per un adolescente degli anni ’60 in Texas, in larga parte mi sono rifatto alle registrazioni di Howlin’ Wolf per la Chess, ossia quanto preferisco, in assoluto, in materia di  blues, per la crudezza e la spontaneità non solo  dei suoni ma proprio del modo di cantare di Chester [Chester Arthur Burnett, aka Howlin’ Wolf,  ndr]. E poi, considerata la mia età e i posti dove ho vissuto, non posso che dirmi innamorato dei primi album degli ZZ Top, con quell’intreccio di psichedelia, hard-rock e boogie così tipico dei  complessi blues del texas orientale a cavallo tra  ’60 e ’70. Insomma, volevo una fisionomia sonora espressiva e carica di aggressività, come sempre cerco di ottenere. E direi che ci siamo arrivati  piuttosto in fretta, difatti il periodo vero e proprio di registrazione è durato sei giorni appena.

Solo sei giorni? Un primato.
Sì, non più di sei giorni. Abbiamo trascorso più  tempo in post-produzione, cercando di togliere o asciugare certi dettagli strumentali dove magari avevamo ceduto un po’ al piacere di suonare assieme, in modo da rendere le canzoni ancora più taglienti.

Per quanto riguarda le influenze, io ascoltando il disco ti devo confessare di aver pensato  spesso ai Canned Heat.
I Canned Heat, certo! Il blues di Chicago, l’asprezza alla Rolling Stones… Ho consumato il loro Living The Blues, un disco in pratica composto solo di lunghe jam molto cupe, molto distorte. Andai a vederli nel periodo di massima fama e penso sia  stato il mio secondo concerto. Tra l’altro Al Wilson e Bob Hite [chitarrista e cantante nella prima line-up del gruppo, ndr] erano dei collezionisti fanatici, possedevano migliaia e migliaia di dischi, e questo si sentiva eccome, nei loro lavori. In ogni caso se ti piace il blues elettrico non puoi non passare dai Canned Heat.

E Chuck Berry? Acquainted With The Wind sembra un pezzo suo.
Ma potrebbe essere anche un pezzo di Jimmy  Reed, no?

In ogni caso il confronto col “genere” mi sembra accostabile a quello col bluegrass di The Mountain (1999), un tentativo di manipolarne la forma, in modo personale, per esaltare  la fedeltà allo spirito.
Sì, più o meno le cose sono andate allo stesso  modo. Vedi, anche da giovane, all’incirca ai tempi  dell’uscita del primo album di Johnny Lee [countryman texano tra i primi a incidere, nel 1982, uno dei brani scritti da Earle come compositore  a contratto in quel di Nashville, ndr], facevo parte di una blues band, e ci stavo da quando avevo tredici anni. Certo, facevamo cose un po’ più  freak di quanto abbia fatto oggi con Terraplane, eravamo più orientati sul versante “acido”, su cose tipo Electric Flag, Blues Project… Anche Paul Butterfield Blues Band o Vanilla Fudge. Si tratta di un tipo di educazione musicale col quale ti misuri sempre, non puoi rimuovere gli ascolti di gioventù dal tuo dna. Non posso rimuovere il fatto di aver imparato a cantare ascoltando George Jones o Merle Haggard, né posso far finta di non aver passato anni ascoltando un certo tipo di blues, soprattutto quello elettrico e incalzante di  fine Sessanta. Perciò, come nel caso di The Mountain avevo voluto rendere omaggio alla tradizione bluegrass cercando di evitare la pura e semplice calligrafia, in Terraplane ho provato a dare corpo alla mia “idea” di blues senza essere (almeno spero) didascalico.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 376 / Marzo 2015.

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