Recensioni

Steve Gunn, Way Out Weather

Steve-GunnSTEVE GUNN
Way Out Weather
Paradise of Bachelors
***1/2

Nell’arco di una carriera che dura ormai da quasi tre lustri, Steve Gunn è diventato sopratutto un chitarrista, un virtuoso in grado di sedere al tavolo dei grandi, di tutti coloro che hanno interpretato o interpretano lo strumento come mezzo per esplorare luoghi e tempi ed al contempo sprofondare nell’introspezione: un’attitudine evidente negli esordi dell’artista di New York, dischi prevalentemente strumentali dall’approccio avanguardista, ma in fondo anche nell’ultimo Way Out Weather ed in particolare in un brano come la tribale Tommy’s Congo, dove si intrecciano ipnotismo krauto e blues africano. Per quanto non abbia affatto abbandonato progetti di carattere sperimentale, in tempi recenti Gunn sembra aver maturato una maggior confidenza con il canto e la forma canzone, inaugurando un percorso artistico meno criptico e volubile a partire dall’album Time Off del 2013, un lavoro in cui cominciava a delinearsi quell’identità da songwriter che sboccia definitivamente nell’ultimo Way Out Weather.
Concepito in forma di demo e sviluppato ai Black Dirt Studios di New York da una band che comprende l’ingegnere Jason Meagher, Justin Tripp al basso, John Truscinski alla batteria, Nathan Bowles al banjo, James Elkington alla lap-steel, Mary Latimore all’arpa e Jimy SeiTang al sintetizzatore, Way Out Weather è il lavoro musicalmente più ricco ed articolato di Steve Gunn, nonché il più diretto e riuscito: un disco che oscilla tra rock psichedelico e cosmico folk, evocando atmosfere da California fine anni ’60, come fosse sospeso tra la meraviglia di Astral Weeks e le visioni di If I could only remember my name. Una chitarra dalle mille sfumature e una voce dal tono basso ed oppiato intonano liriche ballate dall’aura folk e dal suono fluido e melodico come la splendida titletrack o la dolce Wildwood; epifanie armoniche in bilico tra country e folk inglese come la curiosa Shadow Bros, impreziosita dal cristallino vibrato dell’arpa; oppure prendono traiettorie rock dal carattere lisergico come nella bellissima Milly’s Garden, che ha tutta l’aria di quello che potrebbe succedere durante una session tra il Lou Reed di Heroin e i Grateful Dead di Scarlet Begonias; come nella fumosa bolla psichedelica di Fiction o nella nervosa cavalcata elettrica di Drifter.
Secondo il Washington Post, Way Out Weather suona “…come una seduta di registrazione tra Robbie Basho e i Doors….”, armonizzando in maniera mai tanto lirica e sognante, l’estro e la tecnica di uno straordinario chitarrista con la sensibilità del songwriter e con le estatiche vibrazioni di una band in stato di grazia.

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