Recensioni

Texas Tornados, A Little Bit Is Better Than Nada

Texas-Tornados-Prime-CutsTEXAS TORNADOS
A Little Bit Is Better Than Nada
2 CD, Rhino/Real Gone Music
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Nel 1976, Douglas Wayne Sahm, meglio noto come Doug Sahm, incideva un album intitolato Texas Rock For Country Rollers: accreditato a «Sir Doug & The Texas Tornados», in forma di citazione d’un precedente disco del nostro (Texas Tornado, 1973), l’ellepì vedeva schierati non solo il titolare – uno degli inventori del rock delle radici americane costruito sull’intreccio di country, blues, cajun, r&b, rockabilly e western-swing – ma pure il tastierista e storico collaboratore Augie Meyers, nonché il fisarmonicista Leonardo Jiménez, detto “Flaco”, un texano di San Antonio specializzatosi nel conjunto e, grazie alla sua fisarmonica al tempo stesso danzereccia e ricca di colorate malinconie, comparso proprio quell’anno sul seminale Chicken Skin Music di Ry Cooder.

Quattordici anni dopo, i tre, con l’aggiunta di Freddy Fender (al secolo Baldemar Huerta, altro texano diventato famoso, verso la fine dei ’50, per le sue versioni in spagnolo dei classici di Elvis Presley), avrebbero riscoperto il piacere di suonare assieme sotto la sigla Texas Tornados, andando a formare, quindi, un vero e proprio supergruppo di musicisti nati nello stato della stella solitaria e realizzando, in un lustro circa, quattro album uno più godibile dell’altro. La loro eredità sarebbe poi stata rilevata, nel 2010, dal figlio di Doug, Shawn Sahm, e dai superstiti Meyers e Jiménez (essendo Sir Doug scomparso nel ’99 e Fender nel 2006), per il divertente ¡Está Bueno!, ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Al centro dell’antologico A Little Bit Is Better Than Nada c’è invece la storia dei Texas Tornados originari, con una selezione di 39 brani estratti dalla suddetta tetralogia discografica e alcuni pezzi inediti (sei in tutto, tra cui quattro strumentali e un motivetto pubblicitario), ovvero la storia di una formazione per qualche stagione in grado di rimescolare un po’ tutte le sfaccettature della musica texana, con ovvia predilezione per il folklore del Texas meridionale (caratterizzato da un forte influsso della cultura iberica), e oltretutto capace di farlo con un’immediatezza, una spontaneità e uno spirito genuino ancora oggi contagiosi. Difficile selezionare qualcosa di più o meno significativo all’interno di un contenitore dove tutto, dalle vibrazioni flamenco della struggente Bonito Es El Español (traduzione spagnola della She Never Spoke Spanish To Me di Butch Hancock apparsa sul primo Texas Tornados [1990] e qui cantata da Fender anziché da Sahm) alla nostalgia del primo r’n’r articolata lungo El Pantalon Blue Jean, dall’honkytonk travolgente di Clinging To You allo scanzonato rock latino di Guacamole, dallo sferzante assalto elettrico di Hangin’ On By A Thread ai sassofoni dolciastri della rilettura di Wasted Days And Wasted Nights (molto più vicina a Fats Domino dell’originale, scritto da Fender nel ’59, in chiave blues, ma finita in classifica, nella nuova parafrasi country-pop, solo verso la metà dei ’70), si direbbe – non stupitevi – minimalista: non tanto per i suoni, spesso taglienti o ironicamente spregiudicati, quanto per la capacità di riassumere, in modo completo, la colonna sonora di una terra vastissima per estensione e suggestioni, restituendone con affetto, rispetto e un filo di rimpianto, l’essenza comune, i rintocchi quotidiani, il timbro popolare.

Ogni musicista ha la sua occasione per scatenarsi davanti al microfono: Jiménez si abbandona alla rumba indiavolata di La Mucura, l’organo Vox Continental di Meyers sgocciola blues dolceamaro su Did I Tell You, Sahm reinventa se stesso in una strepitosa rivisitazione dell’intramontabile Is Anybody Goin’ To San Antone, la voce di Fender si carica di soul per l’intensa Tus Mentiras. Ma al di là dei singoli episodi, a contare, nell’epopea dei Texas Tornados, è soprattutto la manifesta umanità dei suoi esponenti, che nel cucire una con l’altra tutte le tradizioni e le culture del nativo Texas sembrano sempre divertirsi un mondo. Non è facile essere “semplici”, accessibili, misurati e, in contemporanea, riuscire a illustrare le sonorità e i sospiri di una terra di confine – il bordermessico-americano – dove s’incontrano l’epica della frontiera, i deserti del sudovest, il beat della California, le serenate ispaniche, la vena pop e il meticciato dei Caraibi o di Cuba. I Texas Tornados, e A Little Bit Is Better Than Nada lo dimostra in due ore di puro piacere dei sensi, ci sono riusciti.

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