Recensioni

The Bevis Frond, Any Gas Faster-New River Head-London Stone

Any Gas FasterTHE BEVIS FROND
Any Gas Faster
New River Head
London Stone
Fire/Goodfellas
***1/2
****
***

Dopo aver pubblicato, in occasione dell’ultimo Record Store Day, Miasma e Inner Marshland, ovvero i primi due capitoli della lunghissima saga discografica marchiata The Bevis Frond, la benemerita Fire Records continua nell’opera di ristampa del catalogo della creatura di Nick Saloman con tre nuovi titoli. Tutt’ora misconosciuto eroe di culto del garage revival sixties, della psichedelia, dell’hard blues hendrixiano, del pop (etc. etc), songwriter iper prolifico, multistrumentista e chitarrista torrenziale e sopraffino, Saloman continua ancora oggi a pubblicare la sua musica e a portarla in tour, questo quando non è impegnato a gestire il suo negozio di dischi usati in quel di Bexhill-on-sea. A finire questa volta sotto i riflettori ci sono Any Gas Faster, New River Head e London Stone, quantomeno i primi due generalmente considerati i frutti più pregiati dell’intero corpus discografico frondiano.

Any Gas Faster, uscito originariamente nel 1989 e quarto titolo ufficiale del Nostro (non contando un paio di raccolte di materiale vario uscite precedentemente), fu il suo primo disco ad essere registrato interamente in uno studio professionale, anziché tra le pareti di casa sua o con mezzi di fortuna. Come d’abitudine, qui dentro Saloman suona tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, nelle mani di Martin Crowley. Rispetto a quanto fatto vedere fino a quel momento, il buon Nick metteva a freno la sua naturale bizzarria e la tendenza all’improvvisazione psichedelica, per consegnare una collezione di canzoni rock piuttosto classiche, scritte e suonate alla grande, d’innegabile sostanza. Tra hard blues hendrixiani (Rejection Day (A.M.)), il Tom Petty suonato dai Dinosaur Jr di Ear Song, pezzi incendiari come la stratosferica Then You Wanted Me o Somewhere Else, l’acustica This Corner Of England, una These Dark Days profumata d’incenso (con tanto di sitar), una power ballad come Your Mind’s Gone Grey e pezzi semplicemente bellissimi come Good Old Fashioned Pain, l’album è ancora oggi eccitante ai massimi livelli. Ai quindici pezzi originali, vengono aggiunte ulteriori tre tracce live, tra le quali segnaliamo almeno una devastante Radio Bloodbeast, oltre gli otto minuti.

New River HeadFa incredibilmente ancora meglio il successivo (uscì nel 1991) New River Head, con ancora Crowley alla batteria e con dentro ospiti come il violinista Barry Dransfield, il sassofonista Cyke Bancroft e il leader dei Current 93, David Tibet, alla voce in un pezzo. Ristampato in due CD, con tutte le tracce presenti sull’edizione in doppio Lp della Woronzow (ma che non apparivano nel CD Reckless pubblicato in USA), con un pugno di ulteriori extra tracks dell’epoca e qualche demo, New River Head è uno dei dischi più completi mai pubblicati dai Bevis Frond, quello dove un po’ tutte le anime di Saloman s’armonizzano compiutamente, quello dove, soprattutto, tutto il suo amore per le musiche del passato si cristallizza in un suono personale, contemporaneo, definitivamente maturo. A partire dall’acido desert rock psichedelico White Sun, l’album si dispiega attraverso una ballata blues lisergica come Drowned; una She’s Entitled To cupamente hard; la ballata in forma di folk, col violino zigzagante di Dransfield, Waving; l’indiavolta jam chitarristica Solar Marmalade; il garage punk Undertaker; il jingle jangle di He’d Be A Diamond; gli oltre sedici minuti dell’allucinata improvvisazione The Miskatonic Variations II; soprattutto attraverso un pugno di grandissime canzoni rock, classiche e chitarristiche, che confermano lo stato di grazia del loro autore (Down In The Well, la ballata New River Head, Stain On The Sun, la clamorosa It Won’t Come Again, la rarefatta God Speed To You Earth, una Chinese Burn con organo e armonica sixties sugli scudi, il folk rock di Thankless Task). Un disco grandissimo, un capolavoro viene da dire, in cui gli ulteriori 8 pezzi qui aggiunti si limitano a mettere altra carne al fuoco e a rendere l’acquisto imprescindibile.

London StoneDifficile fare meglio dopo un’accoppiata di album simili e infatti il successivo London Stone (originariamente pubblicato nel 1992) è ancora un buon disco, ma su un livello più in basso dei precedenti. Alla fine è principalmente la scrittura, un po’ più convenzionale, a marcare la differenza. Il meglio arriva dall’insolita giga folk che lo apre (il traditional Stonedance), da una Coming Round che pare un pezzo dei Dinosaur Jr, da power ballads come That Same Morning o London Stone, da una folk song delicata come Lord Of Nothing, dalla lunga e grungizzata Well Out Of It, dalla bella ballata rock On A Liquid Wheel, mentre quasi tutto il resto sta dalle parti di un rock hard e massiccio, venato di blues (una Living Soul hendrixiana ai limiti del plagio), di sicuro impatto ma, come dicevamo, un filo meno brillante, nonostante le solite esplosioni chitarristiche. Anche qui, demo e bonus tracks rinfoltiscono il programma originale.

L’ideale sarebbe portarseli a casa tutti in blocco – compresi i due usciti precedentemente – ma se dovete scegliere, puntate pure su New River Head. E attenzione che la Fire Records ha già annunciato la pubblicazione delle ristampe di ulteriori tre titoli per fine settembre!

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