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The Black Crowes: i quattro primi album

I Black Crowes di Shake Your Money Maker, The Southern Companion, Amorica e Three Snakes And One Charm sono i migliori, non c’è discussione. Interpretavano e aggiornavano il ruolo di quelle rock’n’roll band (l’elenco lo trovate più avanti) che non temevano di aprirsi e di trasformarsi, pur restando saldamente incollate al proprio retaggio, a partire dal blues. Nell’arco dei primi quattro dischi, i Black Crowes sono stati davvero la rock’n’roll band capace di suonare tutto, di attraversare con la stessa energia e altrettanta eleganza tutte le sfumature della musica americana (e non solo). Dopo di loro, soltanto i Wilco nei momenti migliori hanno saputo raggiungere certi apici, ma i Black Crowes avevano una carica esplosiva, un’irruenza epidermica e selvaggia, tonnellate di passione. Quella è rimasta, anche se nel frattempo si è aggiunta un po’ di confusione, ma ci sta nelle pieghe di una metamorfosi sostanziale, ricca e in gran parte unica.

Erano partiti con lo stile duro e cristallino della rock’n’roll band tout court: chitarre, molte chitarre, tante chitarre e ancora chitarre. Il successo (in gran parte inaspettato) di Shake Your Money Maker è stato un’apologia anche per tutti quei gruppi (Dogs D’Amour, Quireboys, Four Horsemen, Poorboys, Racing Slab, Red Devils, Reef, e soltanto per citarne alcuni) che su entrambe le coste dell’Atlantico e in modi diversi cercavano disperatamente di ritrovare il bandolo nella matassa del rock’n’roll.

Era nell’aria che qualcosa dovesse succedere, perché a cicli più o meno regolari dai bassifondi dove si mastica rock/blues 24 ore su 24 si libera qualcuno capace di parlare con gli angeli e i Black Crowes contenevano fin dall’inizio quello che rende speciale una grande rock’n’roll band. Le chitarre le avevano tutti, loro in più allineavano un batterista fuori dal normale (Steve Gorman), un cantante come pochi (Chris Robinson), un manager scrupoloso quel tanto che basta (Pete Angelus), Rick Rubin nei dintorni. Poi è l’evoluzione, nell’insieme, ad avere reso grandi i Black Crowes. Il secondo album, The Southern Harmony And Musical Companion, arriverà al primo posto nelle classifiche americane (e al secondo in quelli inglesi) ed è ancora oggi l’esorcismo perfetto da usare quando qualcuno dice che il rock’n’roll è morto. Amorica è il capolavoro che ha sorpreso tutti (forse anche gli stessi Black Crowes) per la complessità degli arrangiamenti, delle visioni, delle atmosfere e parte vendendo mezzo milione di copie, segno che l’intelligenza è più diffusa di quanto si pensi. I primi tre dischi bastano a collocare i Black Crowes tra le rock’n’roll da sogno, se è evidente che già dopo Amorica hanno cominciato a rileggersi, è altrettanto vero che tutto quello che è venuto nasce qui.
(di Marco Denti)


Let Me Share The Ride: dalla fine all’inizio

di Mauro Zambellini

Adesso che i Black Crowes non ci sono più c’è un grande vuoto nel rock americano, l’ultima grande rock’n’roll band del sud svanita dietro misere diatribe da società per azioni. “Amo mio fratello e rispetto il suo talento” ha detto nel gennaio dello scorso anno il chitarrista Rich Robinson, “Ma la sua richiesta di farmi recedere dalla mia parte di incassi della band e voler trasformare il rapporto che il batterista Steve Gorman ha con noi da ventotto anni, da partner a impiegato salariato, è una cosa che non posso accettare”.

Finiscono così nel nuovo millennio le rock’n’roll band, dopo che per decenni abbiamo creduto che la causa del fallimento di meravigliosi sodalizi artistici fosse l’abuso di alcol e droghe o le incomprensioni caratteriali o i diversi indirizzi musicali intrapresi o la fatica di tour massacranti o la vanità di carriere soliste. No, it’s only for the money, e quindi c’è di che togliersi il cappello a quegli altri, quelli là che hanno inconsciamente partorito i Black Crowes, e chissà quante altre band, che ancora resistono insieme e si spartiscono il bottino come una gang che ha appena assalito un treno e vecchi e provati si ritrovano a cantare ogni sera, in ogni parte del mondo (tra poco saranno in Sud America accolti come il Papa), It’s Only Rock’n’roll But I like It. Almeno loro le dinamiche della società per azioni le conoscono a menadito e le sanno gestire. Chris Robinson ha sicuramente fumato molta marijuana nella sua vita, ma è fuori di dubbio che abbia scelto la strada meno nobile per porre fine a una band dove le sue velleità artistiche stavano strette, preferendo optare per una più personale e vaporosa Chris Robinson Brotherhood che nel nome suona quasi sarcastica, visto che nasce su una fratellanza, quella con brother Rich, mandata a carte e quarantotto.

Ma prendiamo quello che passa il convento, non è né il primo caso ne l’ultimo di “matrimoni” sciolti per via del vil denaro, ennesima dimostrazione di come il rock, e lo si è visto nell’ignoranza e nell’ipocrisia che hanno accompagnato l’avventura di Willy DeVille, prima e dopo la morte, non sia quella panacea avulsa dagli squallori e dalle miserie della società reale. Per cui tappiamoci il naso e mettiamo sul piatto i dischi, in questo caso è proprio il caso di dirlo visto che si parla dei primi quattro formidabili album dei Black Crowes, ora ristampati in nero vinile.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 385 / Gennaio 2016.

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